Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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Quella chiesetta a colori nelle Langhe

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La Chiesetta è quella della Beata Maria Vergine del Carmine, nelle campagne di Coazzolo, tuttora consacrata, edificata alla fine del Seicento in aperta campagna, con una vista che spazia sulle colline del Moscato, fino ad arrivare al Monviso. Davide Tremlett ne ha ricreato completamente l’esterno, intervenendo solo con i colori (qui le foto di Bruno Murialdo per Artribune). È una sorta di reinvenzione di un reperto del passato: Tremlett lo reinventa rendendolo contemporaneo, integrandolo in modo moderno (e rispettoso) al contesto. Il segreto sta nella palette di colori usata, che pur essendo del tutto inconsueta, assorbe i colori del paesaggio. Poi c’è il linguaggio delle geometrie, che lui stesso ha spiegato con un’intervista al Corriere della Sera.
«La geometria dei filari di vite mi ha ricordato le treccine delle donne africane e così è nato il lavoro», ha detto. «Ho osservato la configurazione dei vigneti, parlato con i contadini, li ho visti lavorare, ho condiviso con loro il cibo e tutti i giorni era un regalo. Tornato a casa, ho realizzato centinaia di disegni che poi ho dipinto sulla facciata e sulle pareti della chiesa. Sono le mie forme geometriche tradizionali, rettangoli, quadrati, trapezi, che formano una struttura architettonica che qui cerca un dialogo con la natura, con la tradizione e la modernità. Mi ha colpito una contadina quasi centenaria con il foulard in testa: ogni giorno saliva la collina, raccoglieva l’erba per i suoi conigli».
Poi ancora: «Ciò che mi ha più stupito di questa comunità è la generosità, la capacità di unire sapere antico e presente, senza spreco. È un atteggiamento contemporaneo, vicino alla mia sensibilità: cercare di ottenere il meglio con poco». Cos’è la qualità? «È ciò che resterà». E la bellezza? «Ciò che non si dimentica».
C’è molta grazia e anche coraggio in questo intervento, che ha come esito quello di rifare di quella chiesetta un fulcro, un riferimento di cui chi vive e lavora lì torna ad essere orgoglioso. A suo modo un’operazione-specchio: la chiesetta riflette il mondo che la circonda e restituisce a quel mondo una coscienza di bellezza più piena. L’arte contemporanea serve al passato: lo valorizza nel momento in cui ha anche il coraggio di “non rispettarlo”.
Aggiungo: l’intervento di Tremlett restituisce allegria a quella chiesetta. In fondo il cristianesimo era sempre capace di rallegrare gli uomini (e non di incupirli come troppo spesso oggi accade…)
Tremlett non è certo nuovo da queste parti: recentemente aveva lavorata anche negli interni della nuova struttura di accoglienza di Opera Barolo a Torino, e 20 anni fa con Sol Lewitt alla cappella del Barolo della Morra.

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giugno 25th, 2017 at 8:11 am

A proposito di Rocco

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Il piccolo Rocco (oggi è il suo giorno) scoprirà quanta vita, quanta pienezza c’è del dentro quel meraviglioso nome che gli è stato dato, da sua mamma Maria e da suo papà Massimiliano. Rocco è un nome denso, un nome che aderisce come una ventosa alla realtà. Un nome- sponda; un nome – roccia, data l’assonanza; un nome sollecito, che si palesa appena lo pronunci; e che oltretutto pronunci rapido, con quelle due sillabe che si chiamano l’un l’altra. Soprattutto è un nome che “si fa corpo” con chi lo porta. In una pagina bellissima di uno dei suoi ultimi libri Giovanni Testori scrive di un momento della sua storia in cui c’era «non solo la necessità della più assoluta esattezza nel riferire i nomi, ma ricordo che con stupore ogni volta si rinnovava l’assoluta coincidenza che quei nomi avevano con gli esseri a cui appartenevano… Insomma quegli esseri non erano pensabili dotati d’altro nome e cognome se non quelli che, in realtà, possedevano». Poi, lo sappiamo, si è aperta la lunga stagione della separazione tra i nomi e le cose, la stagione dei nomi svuotati di realtà. Rocco, è invece un nome che non arretra, che ricuce. Un nome irriducibile alle riduzioni. Il suo stesso suono contiene così tanta realtà…
Rocco è anche una traccia di storia, una storia tra le più belle che mi sia stato dato d’incontrare (ed è una storia che conferma in modo inconfutabile quanto detto sin qui). Parte dalle campagne della Bassa Bresciana e arriva alle prime pendici che salgono verso il Rosa. Parte dal Rocco di Vincenzo Foppa nello Stendardo di Orzinuovi. Una tela povera, scarna, dipinta su ambo i lati. Più che un quadro, una bandiera: bandiera che rivendica la possibilità di una grandezza che aderisce alla terra e che si è spogliata di ogni intellettualismo. Su uno dei due lati, c’è proprio Rocco, il santo con il suo cane e gli stivali da infaticabile e appassionato viandante. Ha il volto un po’ oblungo, di quelli che non dovrebbero finire in posa per un quadro. Ma Rocco è nome che chiama realtà, è antitetica alle logiche del glamour di ogni epoca.
L’altro Rocco è quello di Tanzio da Varallo, dipinto per la parrocchiale di Camasco, frazioncina sperduta di Varallo, nella valle del Mastellone. Volto indimenticabile, il cui sguardo dice tutto del suo cuore: una passione senza riserve, per chi incontra e per chi lo chiama. Notava sempre Testori (che per primo aveva tolto questo quadro dall’ombra), che il Rocco di Tanzio avanza di continuo «verso l’esterno», come per «una marcia che sembra non arrestarsi mai». Tutto «per un bisogno di invadere lo spazio fisico», per «una necessità di occupare una dimensione che non sia più e solo quella del dipinto». Rocco è questo: uno che esce sempre allo scoperto, che arriva puntuale e fedele quando lo attendi. Forza e dolcezza in unico corpo, con quel nome addosso (…il Rocco- Alain Delon di Visconti).
Auguri piccolo Rocco, e tieniti sempre stretto a questo tuo meraviglioso nome.

Foppa, il volto di San Rocco nello Stendardo di Orzinuovi, 1516

Tanzio da Varallo, il volto di San Rocco, 1631

Alain Delon in Rocco e i suoi fratelli

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giugno 11th, 2017 at 11:04 am

Entrate a Santa Maria Rossa quando si fa sera…

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Entrare quando di si fa sera e scende il buio sulla città nella chiesa di Santa Maria Rossa a Milano è un’esperienza che una volta nella vita va fatta. È la chiesa “accesa” dai neon di Dan Flavin. Già da fuori si è catturati dalla luce blu diffusa nella navata che passa dalle vetrate; ma quando si entra lo spettacolo purissimo delle transizioni verso il rosso drammatico che taglia il transetto sino al giallo “glorioso” dell’abside, riempie davvero di commozione. Mi sono sempre chiesto come un artista che non aveva mai visto questa chiesa e che aveva mandato le sue indicazioni molto precise via posta dall’America poco prima di morire nel 1996, sia potuto arrivare a risultati non solo così belli, ma anche così esatti rispetto al luogo inteso come architettura e soprattutto così intrinsecamente coerenti rispetto al luogo, inteso come senso e funzione. L’arte religiosa nel nostro tempo è davvero figlia dell’imprevisto. Forse può essere solo figlia dell’imprevisto.

Questa pagina, ambientata a Santa Maria Rossa, tratta dal libro di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco, rende l’idea…
«Il tuo spazio è qui sotto. Ma questo cielo è un’illusione protettiva: è ridotto a una forma a una forma elementare; una piccola volta geometrica, la metà di un cilindro, tinteggiato da una luce colorata (è la volta disegnata da Giovanni Muzio, architetto della chiesa, ndr). Guarda là in fondo, invece. Davanti a te. Oltre questa sala d’aria blu c’è tutta un’altra luce, più chiara, speciale, come quella che si concentra nelle sorgenti luminose: la gialla doratura del sole. Ma per raggiungerla bisogna passare attraverso una ferita, un’effusione di sangue, bisogna incrociare la luce rosse, attraversarla. Il blu, poi il rosso, poi il giallo. E tuttavia anche quella ferita rossa, quel dramma che si mette di traverso interrompendo lo slancio del blu verso il giallo, non è un velo di sangue; è una luce anche quella, irradiante, che sanguina luce».

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marzo 12th, 2017 at 6:41 pm

Quando la pittura “deve” parlare (come guardare la Presentazione al tempio)

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Questo articolo è stato scritto per Il Sussidiario del 2 febbraio, giorno in cui si festeggia la Presentazione al Tempio di Gesù.

Per capire cosa significa essere un grande artista basterebbe osservare come sono state immaginate tante raffigurazioni della Presentazione al Tempio di Gesù . La dinamica dei fatti è elementare e non fornisce spunti spettacolari. È quasi una situazione da routine. L’immaginazione di un artista può tutt’al più fantasticare sulle architetture del grande tempio, può aggiungere dettagli nel descrivere i doni che Giuseppe porta con sé. In realtà in quell’episodio dalla dinamica così normale gli artisti si trovano a dover affrontare un qualcosa che esce dalla routine: ed è la figura dell’anziano Simeone. I quadri sono per antonomasia muti, non hanno parole, invece quell’episodio vive e fa sussultare ogni volta che lo si rilegge, proprio per delle parole che Simeone pronuncia: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo / vada in pace secondo la tua parola; / perché i miei occhi han visto la tua salvezza / preparata da te davanti a tutti i popoli, / luce per illuminare le genti / e gloria del tuo popolo Israele».

Duccio, predella della Maestà di Siena


In sostanza il cuore della scena è un cuore verbale, e così all’artista tocca render quel cuore, lavorando solo sulla figura e facendola “parlare”. Guardiamo, ad esempio, quale strategia usa Duccio nella predella della Maestà senese: Simeone, si china e curva la sua vecchia schiena verso Gesù, che Maria ha messo tra le sue braccia. Già questo incurvarsi è un’immagine che parla, che racconta di un’attrazione carica di dolcezza. Ma Duccio aggiunge dell’altro: Simeone ha le mani coperte dal mantello in segno di rispetto e tiene una distanza devota dal Bambino. Gli occhi sono quelli logorati dall’uso di un sapiente anziano: ma lo sguardo è quello di chi consiste tutto in ciò che vede.

Giotto, Cappella Scrovegni


Giotto per natura è diverso. È un artista di corpi solidi e ben piantati per terra. Il suo Simeone alla cappella degli Scrovegni sta infatti saldo e a schiena dritta, nonostante l’età. Per questo Giotto gioca tutta la partita sullo sguardo, che è sottile, profondo, totale e che si incrocia con quello già pieno di consapevolezza del Bambino: una corrispondenza che davvero “parla” di una salvezza vista, incontrata, toccata.

Mantegna, GemäldeGalerie, Berlino


«Lo prese tra le braccia», racconta il Vangelo di Luca: a volte gli artisti si concentrano sull’attimo che precede o su quello che segue. Mantegna, l’austero e “terribile” Mantegna, dispone le figure dentro una scatola spaziale. Simeone è di profilo e sta allungando le mani per prendere il Bambino in fasce: è ancora nella situazione di un attimo prima, cioé di colui che «aspettava il conforto d’Israele», come sempre scrive Luca introducendo l’episodio.

Bergognone, Chiesa dell’Incoronata, Lodi


All’opposto di Mantegna c’è il grande e commosso Bergognone, lombardo capaci di straordinarie intensità affettive. Lui si sofferma invece sull’atto finale, la riconsegna del Bambino a Maria: il suo volto, nella sobrietà della vecchiezza, “parla” di una felicità che si è compiuta. È il momento del “Dimitte nobis Domine”.

Rembrandt, Nationalmuseum, Stoccolma


Bisognerebbe poi raccontare dell’immenso Rembrandt, che dipinse la Presentazione in più varianti, sempre con una libertà interpretativa assolutamente moderna. Nella più folgorante (quella conservata al Museo di Stoccolma) sulla scena restano solo Simeone e Anna. Lui sta seduto, sprofondato in una vecchiezza quasi terminale: eppure, anche in quella condizione di sfinimento fisico, c’è spazio per uno stupore totale. È un quadro meraviglioso dell’ultimo Rembrandt, il quale, dipingendolo, parla a sé e per sé. Un quadro implorazione, verrebbe da dire, in cui l’artista chiede con parlando con i suoi colori rabbuiati, che anche a lui accada come a Simeone. È quasi una preghiera da guardare. Un quadro, in fondo, dipinto anche per noi.

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febbraio 8th, 2017 at 5:47 pm

La Natività selvatica di Nolde. Ovvero il Natale non è mai uguale a se stesso

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Mi piace questa Natività inselvatichita e un po’ incendiaria. Una Natività aspra, in linea con i tempi… Una Natività fuori dalle righe, fuori dal mood consueto del Natale, dipinta voltando le spalle a tutte le Natività dipinte prima. Ma non c’è intenzione provocatoria in questa scelta di Emil Nolde. Il quadro fa parte di un insieme di grande respiro, il Polittico con la Vita di Cristo, dipinto tra 1911 e 1912 e oggi custodito a Neukirchen, nella Stiftung Seebüll Ada und Emil Nolde, in quella che era la casa dell’artista. C’è evidentemente un soggettivismo dichiarato in questo approccio. Un soggettivismo di impronta luterana che punta a saltare le mediazioni e quindi che non si preoccupa di accantonare anche la tradizione. Ma questo soggettivismo può essere letto anche come un’urgenza. Come un bisogno di strappare gli stereotipi e di restituire attualità e anche realtà a quei soggetti. In questa Natività in particolare è bella e spiazzante l’intuizione di Maria che orgogliosamente innalza il figlio, lo mostra al mondo, quasi con spavalderia e ostentazione. È un modo con cui Nolde attesta un “qui ed ora” e non un semplice atto di memoria storica. La Natività, viene da dire, nasce ogni volta. Mai uguale a se stessa. Non è mai una replica. Nolde con la sua pittura bruciante cerca questo (sulle tracce di Grünewald e dei grandi tedeschi del 500). Poi all’acidità dei colori e al disegno selvaggio e a tratti brutalizzante delle figure unisce l’intuizione così poetica del cielo notturno e stellato contro il quale si staglia la figura del Bambino. Un po’ ringraziamento (e affidamento) a Dio per aver dato al mondo quel figlio, un po’ richiamo al fatto che quella nascita è cosa che, pur nella sua natura circoscritta, ha relazione con l’infinito e con l’eterno.

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dicembre 24th, 2016 at 6:34 pm

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Nuovissime su Testori

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Bella giornata quella di sabato a Casa Testori: un rendez-vous di giovani studiosi della “materia” testoriana. Tantissimi gli spunti. Me ne sono segnati alcuni, in modo del tutto rapsodico. Mattia Patti ha portato il risultato delle sue ricerche sulle 103 lettere che il giovane Testori aveva scritto a Walter Ronchi, direttore di Pattuglia, la rivista universitaria del Guf di Forlì (nell’immagine sopra un autoritratto di Testori, inviato a Walter Ronchi, ora nella raccolta del figlio Rocco). Lettere che documentano l’intensità della collaborazione e l’attenzione a tutti i dettagli. Ma quello che emerge dall’approccio di Patti è la vivacità con cui queste riviste di “regime” riuscivano a garantirsi spazi imprevisti di libertà. Erano dei nodi di rete, ciascuno con le sue caratteristiche, collegati tra di loro, che permettevano l’emersione di esperienze, favorivano confronti, s’avventuravano nella presentazione di novità non propriamente “ortodosse”. Notevole l’intuizione di pubblicare nel 1942 un librettino con i disegni di Guernica, supplemento ad una rivista che doveva essere degli universitari fascisti…
Giuditta Fornari ha ricostruito la vicenda del ritrovamento delle Lombarde, testo teatrale scritto nel 1950, che Testori aveva affidato a Gianfranco De Bosio (27 anni, 25 l’altro…). Scritto in seguito alla tragedia dei 40 bambini morti nel naufragio di Albenga, è una prova di dramma corale, un modello che lo scrittore riprenderà solo alla fine degli 70. La lettera di accompagnamento è una sorpresa, per maturità e attualità: «È probabile che le tragedie non s’inventino, esistono; e il fatto tragico è tale in quanto accade e accadendo si brucia e si denuncia. La mia fobia per i “messaggi” che ben conosci, ha avuto finalmente ragione – e sono contento quanto più ha durato fatica – sui residui moralisti di cui spesso incrocio la verità delle situazioni che affronto. Un difetto, questo, molto comune nei cristiani».
Daniela Iuppa ha sviluppato, sulla situazione della peste, il rapporto tra Testori e Manzoni. Peste e Monaca di Monza sono le due situazioni su cui Testori, da figlio libero, va scavare. Due situazioni che Manzoni nella costruzione finale del romanzo aveva ritenuto di arginare per preservarne l’equilibrio letterario e anche morale. Testori si scosta e proprio su quelle sue situazioni va a lavorare, quelle situazioni che Giovanni Macchia definì l’ora buia del romanzo. Come accade nell’inedita Peste di Milano del 1975. Gli interessano le zone oscure di Manzoni, quelle messe prudenzialmente in un angolo. Ma sempre dentro un grande amore e un’infinita stima verso “quel padre”. La definizione più efficace di Daniela Iuppa, è che Testori in questo modo fa dei “fuori sentiero” manzoniani. Che però manzoniani restano. I padri vanno sempre riguadagnati attraverso il rischio di altri percorsi.
Sullo sfondo della giornata la voce impressionante, libera come quella di un’Edith Piaf, di Rina Morelli che Federica Mazzocchi ha fatto ascoltare raccontando le sue ricerche sull’Arialda. Una voce che è aleggiata nella sala, aggrappandosi al cuore e alla gola di tutti quelli che erano lì ad ascoltare.

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dicembre 5th, 2016 at 7:32 am

Cattelan, Sorrentino e il destino dei papi

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Iniziava (nella sigla) con un richiamo ad un’opera famosa di Maurizio Cattelan The Young Pope di Sorrentino. Un Cattelan (quello della Nona ora) animato, perché la scultura è “completata” con la caduta del meteorite che arriva a colpire papa Wojtyla. Un inizio tra scanzonato e choc, per un film che senza darla troppo ad intendere alla fine prende terribilmente sul serio quell’opera-metafora. In sostanza: neanche papa Wojtyla con il suo esercizio di potenza mediatica e con la sua autorevolezza planetaria sarebbe riuscito a restituire una ragion d’essere alla chiesa davanti agli occhi degli uomini di questo tempo. Una chiesa costretta ad esercizi di autoccupazione per darsi la certezza di esistere. Si chiede allora Sorrentino, che papa potrebbe riuscire nell’impresa? Di qui l’invenzione della figura di un pontefice assolutamente improbabile. Che entra in scena quasi per un errore della storia, un americano che prende il nome di Pio XIII, la cui ipotesi di lavoro è quella di tornare a rinchiudersi dentro la roccaforte del passato, vista la distanza incolmabile con la modernità. Pio XIII azzera la mediaticità di cui GPII si era servito per di colmare quella distanza. Azzera in realtà anche l’attenzione sociale, la visione della chiesa a “porte aperte” che è invece la forza e la novità di Papa Francesco. Si chiude nel recinto, non per difendersi, ma essere fedele a se stesso. Eppure nell’improbabilità di questa figura poco alla volta si fanno largo elementi che riaprono un’apparenza di relazione con il mondo. Pio XIII non nasce papa ma matura questo suo destino passo dopo passo, facendo i conti con tutti i buchi neri della sua storia personale (emblematica nell’ultima puntata la scelta consapevole di prendere un segretario omosessuale: se te lo chiedo, gli fa capire Pio XIII, è perché anch’io sto cambiando). In questo suo non essere papa a priori, ma di diventarlo senza fare sconti alle proprie inquietudini, c’è qualcosa che lo riporta dentro il nostro tempo e che soprattutto gli restituisce un’imprevista libertà. Il film di Sorrentino (un grande film, non c’è dubbio) non guarda e non giudica il cattolicesimo da fuori, ma lo segue e cerca di capirlo da dentro. Da dentro i suoi dubbi, le sue paure, le sue incertezze. Allo stesso modo, in fondo, anche l’opera di Cattelan non era affatto un’opera ostile. Era un pensiero libero e drammatico sull’ardito conpito di essere papa nei tempi moderni.
(Ma bisogna ricordare che chi era arrivato per primo a metter a tema il grande dramma dell’essere papa oggi, senza infingimenti e senza buone maniere, era stato Francis Bacon…)

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novembre 21st, 2016 at 12:06 am

Nuovi pensieri sulla pittura

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Un pensiero di Per Kirkeby, letto alla bellissima mostra del Museo di Mendrisio
«Verso la fine degli anni Settanta ho deciso di diventare un pittore serio, un grande pittore, e non lo dico in senso ironico. Lo pensavo davvero. Avevo dedicato tanti anni alla sperimentazione, al minimalismo, è molto altro. Con tutte quelle esperienze al mi attivo, volevo lanciarmi nella frazione di grandi, folli coraggiosi dipinti. Spesso ho avuto la sensazione che con l’aiuto della pittura, riesco veramente a vedere il mondo in tutta la sua realtà. In genere il mondo sta davanti a noi come nascosto da un velo. È questa cortina è costituita dalla lingua,. Diciamo “ecco un albero”. In realtà quello che abbiamo di fronte è un albero molto particolare. Ma ci sono attimi in cui riusciamo a vedere con una chiarezza incredibile che quello è un albero, una cosa particolarissima. Il termine “albero” non corrisponde affatto all’albero che abbiamo di fronte».

Da un’intervista ad Achille Bonito Oliva (di Domenico Gnoli su Repubblica)

Cosa vuoi dire?
«Fino al Rinascimento l’artista si predisponeva frontalmente rispetto ai valori, con il Manierismo diventa una figura laterale. È come se guardasse la scena del mondo senza la necessità di intervenire. Traditore è chi non accetta il mondo che osserva, vorrebbe modificarlo. Ma alla fine non fa niente, non agisce. Resta nella sua riserva mentale»

E questa roba ti è servita per progettare la Transavanguardia?
«C’è una continuità. La Transavanguardia è stata il superamento edipico delle avanguardie che hanno sempre avuto il bisogno di uccidere il padre»

Tu al massimo avresti soppresso lo zio.
«No, la violenza è il linguaggio del Novecento. Diceva Argan che il Novecento era passato dagli oggetti ai concetti”.

Lo pensi anche tu?
“Negli anni Settanta l’oggetto artistico scompare e prevalgono le forme di pensiero. La Transavanguardia propone il recupero dell’oggetto e del soggetto artistico»

Con un occhio al passato?
«Non solo un occhio. L’attenzione fu alla memoria storica di un Paese come il nostro, memoria che non ha eguali al mondo, e che contribuì in modo determinante al successo internazionale della Transavanguardia “.

Come hai vissuto quel successo?
«I meccanismi mediatici diedero enorme visibilità al gruppo e al critico che lo aveva teorizzato. Il successo l’ho vissuto con naturalezza».

A un certo punto hai proclamato: “La Transavanguardia c’est moi”. Te la sei intestata in un momento di delirio?
«No, no. Diciamo un richiamo ironico a Flaubert».

I tuoi artisti come hanno reagito? E a proposito come li hai scelti?
«Li ho scelti sulla base delle loro spiccate individualità. Hanno inventato un certo linguaggio pittorico. Per me invece è stata una sintonia con il nostro e il loro tempo. Volevo capovolgere l’idea che l’artista fosse un genio incompreso».

Vuoi ricordare i loro nomi?
«Francesco Clemente, Sandro Chia, Maurizio Cucchi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria. Furono loro gli artefici del movimento. Io ho solo creato una famiglia di artisti che non sono parenti. Erano gli anni in cui dominava l’Io assembleare, l’ideologia del noi. La Transavanguardia mostrò attenzione all’Io dei singoli».

Da un’intervista a Frank Stella (La lettura, a cura di Vincenzo Trione)
«Ho confessato, solo a me stesso, che vorrei essere il miglior pittore italiano dell’epoca di Tiepolo».
«Che senso avrebbe rifare nuovamente la pittura come è stata fatta per secoli? Ma non mi piace la parola reinventare: si è già abbastanza fortunato se si reinventa qualcosa. Conta solo quello che si fa, quel che si impara è quel che ciò implica. E si va avanti. La pittura? Una superficie piana con strati di vernice: niente di più. Le sculture? Dipinti che si sorreggono per conto proprio»

«L’ho ripetuto tante volte: l’attrazione può significare tante cose. Può, in un certo senso, raccontare una storia. Anche se, alla fine, è una storia pittorica».

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ottobre 23rd, 2016 at 9:13 pm

La prima bomba di Masaccio

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Da più di dieci anni non venivo da queste parti. E dieci anni fa il trittico 1422 di Masaccio era custodito nell’abisidiola sinistra della pieve di San Pietro a Reggello. Dal 2007 gli hanno costruito attorno un piccolo museo: sono il visitatore 34.341. La porta è ancora chiusa. Chiamo al cellulare che è indicato e mi viene aprire don Ottavio Failli, il parroco. Di questo “suo“ Masaccio sa tutto. Mi racconta. Allunga le mani per indicarmi i dettagli (il polittico è protetto da un vetro). L’allarme suona a raffica… Gli piace l’idea che questo sia davvero il primo Masaccio. Più che un quadro, una bomba esplosa nel mondo dell’arte. «Deve aver fatto l’effetto di una bomba atomica», dice. In effetti quel trono di scorcio, ha i braccioli che disegnano un arco rovesciato che sembra largo come un viadotto. Lo spazio non è semplicemente bucato, è conquistato a mano armata. Il trono sconfina sino a sbattere lo spigolo contro il limite della tavola e apre uno spazio davvero generoso per accogliere la Madonna. Dettaglio imprevedibile, il disco dell’aureola ha un motivo di chiara impronta islamica: la scritta non è stata decifrata, ma indica certamente che le relazioni erano buone e redditizie. Il Bambino pesa, e quanto pesa… è di una solidità quasi fosse di carne e di pietra. È un piccolo gigante, tutto d’un pezzo, a cui l’innocenza non evita una certa qual terribilità. S’infila due dita in bocca per assaggiare l’acino di uva, e si potrebbe misurare di quanto sono entrate…
A destra tra i santi solo Giovenale regge il confronto psicologico con quel Bambino. Ha una rudezza senza incertezze e sembra pronto a prendere a testate quello spazio troppo esiguo in cui si trova rinchiuso. Tiene in mano un quaderno manoscritto con il Salmo 110: ed è la perizia calligrafica ad aver dato la conferma che davvero di Masaccio si tratta (stessa scrittura della dichiarazione al catasto del 1427).
Il Trittico di San Giovenale è piccolo, per certi aspetti ancora arcaico, tenero in tanti dettagli, con un’apparenza quasi innocua. Eppure è da qui che partì un domino destinato a provocare un vero terremoto… un terremoto che ha una data precisa: 23 aprile 1422 (alla base del trono).
Detto questo, che meraviglia scoprire che da angoli di piccola e isolatissima Italia possano emergere forme e immagini destinati a scuotere le fondamenta… Questa è la straordinaria anomalia italiana.

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ottobre 11th, 2016 at 10:15 pm

A proposito di Michelangelo (del piccolo Michelangelo)

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Non è di “quel” Michelangelo che voglio parlare, ma di questo Michelangelo. Non di quel gigante, ma di questo piccolino. La foto gliel’ha scattata suo papà Matteo, marito di Carolina, mia figlia, qualche minuto dopo che era nato. Domenica 21 agosto alle 20,54, garantisce l’ora di whatsapp. Non so perché ma da quando mi è arrivata sul cellulare mi trovo spesso a guardare e a pensare a questa immagine. Ha qualcosa che travalica anche il motivo bellissimo per cui è stata scattata: la felicità dei nuovi genitori di far vedere il loro figlio. Sono i dettagli che colpiscono e che vanno “oltre”. Michelangelo il piccolo ha già gli occhi aperti. Sono anche un po’ umidi, come per il luccicore di una commozione che è visceralmente connaturata al vivere. Non solo: guarda anche verso l’obiettivo del cellulare; sembra quasi cercare un altro sguardo, come a voler da subito stabilire un legame, oltre a quello stabilito con le mani dell’ostetrica. Nella tenerezza della sua fragilità sembra già guidato da un desiderio buono; buono ma già potente, che quasi sovrasta il pochissimo del suo corpo. È una foto che attiva una catena continua di pensieri. Il primo, il più banale e quasi infantile, è quello di provare a immaginare cosa vedono quei suoi occhi in quel primo minuto. Sapere se dopo il buio caldo dei nove mesi le prime briciole di luce fanno già breccia sulla retina. Se attivano il primo neurone della meraviglia. Mi viene da pensare a quale scia questo sguardo lascerà sulla vita che verrà. Quando e in che modo riaffiorerà…
C’è anche un po’ di spavento in Michelangelo. Naturalmente quello per il bing bang della nascita appena sperimentato. A cui è seguito il primo sporgersi alla vertigine della vita. È impressionante pensare di quale densità di esperienza siano fatti quei primi istanti… Sono i momenti in cui il destino si palesa con una pienezza forse irripetibile, senza che ci sia bisogno di capire (capire, cioè illudersi di “saperlo”, di possederlo). È un momento in cui, nel poco che si è, si avverte la carezza infinita del tutto. È un momento dì familiarità totale con chi ha voluto che lui, Michelangelo, fosse. Un tutto che riempie la vita; che fa trattenere il respiro: e lui sembra per un istante davvero tenerlo dentro, il respiro.

Mi viene poi da pensare che anche il grande Michelangelo è stato un giorno così piccolo (nell’immagine sotto, dettaglio del Tondo Pitti). Che ha vissuto anche lui tutto questo. Che nel tutto di quell’istante ci deve essere stato il tutto di quello che sarebbe stata la sua vita. Forse l’arte, quando arriva al punto, deve avere a che vedere con questo istante da cui siamo passati. È quasi un rinnovare la totalità di coscienza di quell’istante. Un nascere nella forma di un lasciar nascere. Uno sguardo gettato, ogni volta, per la prima volta sulla vertigine della vita. Uno sguardo che si abbandona a lasciar essere quello che non c’era. Forse è per questo si finisce per amare così tanto l’arte. A sentirne fisicamente bisogno. Almeno io.
Buona vita, piccolo Michelangelo.

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agosto 27th, 2016 at 9:06 am

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