Robe da chiodi

Piccola lezione sulla fotografia con Vincenzo Castella

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Vincenzo Castella, Certosa di Pavia, la facciata

Vincenzo Castella, Certosa di Pavia, la facciata

Serata in casa di Vincenzo Castella, napoletano a Milano. È interessante dialogare con lui, perché non conosco fotografo che sappia altrettanto sviluppare ragionamenti. Non a caso nella presentazione della mostra madrilena che si apre sabato 25 (galleria Fucares), scrive «There are no stories to be told but, maybe, discourses to be structured». Strutturare discorsi attraverso le immagini. E ancora: «Photography is its empiric/ investigative/ dubitative character». La fotografia come qualcosa che non appartiene a chi la fa, che svela quel che chi la fa non vede; nella fotografia non è l’occhio che agisce ma la luce che colpisce il materiale sensibile. Racconta Castella: c’è chi ha voluto infilarsi dentro la scatola, per vedere l’istante che nessuno vede, quando l’immagine della realtà entra a disegnare la pellicola. Dopo di che, dice sempre Castella, si va allo “sviluppo”, che è un inglesismo (quindi inficiato di positivismo anglosassone) sostitutivo di una termine francese molto più aderente a quel che in quell’istante accade: lo sviluppatore è “le revelateur”. L’immagine si svela. Aggiunge Castella: fateci caso, tra i pionieri della fotografia c’è una buona dose di massoni (Niepce e Fox Talbot). Questo non gli interessa, perché l’alchimia è una favola (non c’è nulla di esoterico nella sua idea di fotografia: «Therefore, the position of my camera is always: ordinary, shared, mediated, inclusive and often, well visible»).
Non accetta compromessi con il digitale, perché il digitale è il tentativo di chi fa la foto di riprenderne possesso, al punto di poterla poi gestire e trasformare in post produzione. Lo spezzettamento dei pixel è il tentativo di governare il processo dell’immagine. Ma a questo punto non siamo più nella fotografia: il bianco non è più figlio della luce (che passa per il processo del negativo, quindi del nero), ma è solo quello della carta.
Gli chiedo se il processo della fotografia, che va oltre lo spettro dell’occhio, non sia alla radice del tentativo cubista. Mi dice di sì, ma fa una notazione che credo preziosa come poche: il cubismo era figlio di una stagione in cui funzionava ancora l’energia dei simboli. Oggi siamo in un’altra stagione: quella della “metafora”. Mi sembra una chiave perfetta per inquadrare il momento che vive l’arte del terzo millennio. Per questo, tornando alle straordinarie foto del suo lavoro sulle chiese del Rinascimento, lui non è andato in cerca dei simboli, ma è planato sul “pattern” visivo delle superfici rinascimentali. Scrive, sempre nella nota per la mostra madrilena: «I’ve been aiming at an equidistant point among sculpture, painting and dust».

Written by gfrangi

maggio 22nd, 2013 at 5:38 pm

One Response to 'Piccola lezione sulla fotografia con Vincenzo Castella'

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  1. Fotografia/video e pittura guardano alla scultura senza saperla però “rifare” (in fotografia per i suoi “limiti” ottici, in pittura per i suoi “limiti” ottici ed espressivi..)
    Come se alla scultura/architettura si guarda e basta, ma non la si fa (se appunto eliminiamo il simbolo e rimane la metafora, cioè togliamo i rimasugli di new-dada…). E in questo Giacometti è un genio a capirlo. Forse l’arte di oggi è più che altro il bassorilievo?
    E magari ci farebbe bene tornare a discutere le buone vecchie differenze tra pittura (viva) e “morta” scultura.

    O forse in futuro gli architetti e gli scultori troveranno insieme ai pittori/fotografi una nuova via d’uscita. Una nuovo termine, nè “simbolo” nè “metafora”. Speriamo! L’è dura perchè è una questione perlopiù religiosa. Per esser razionale dev’esser religiosa.
    Comunque per ora mi piace il bassorilievo

    Beatrice

    19 Giu 13 at 9:20 pm

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