Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

Paolo Rosa, poeta ad alta tecnologia

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Paolo Rosa, particolare dell'installazione al Padiglione vaticano alla Biennale

Paolo Rosa, particolare dell’installazione al Padiglione vaticano alla Biennale


L’ultima volta che ci siamo visti, scherzando, l’ho salutato chiamandolo “monsignor Rosa”. Lui ha abbozzato un sorriso. Sapeva che quello che poteva sembrare uno sberleffo, in realtà nascondeva un complimento. Paolo Rosa, morto improvvisamente mentre era in vacanza a Corfù, era uno dei tre artisti a cui il Vaticano ha chiesto di partecipare al Padiglione della Biennale veneziana inaugurata a giugno. Un Padiglione storico, perché per la prima volta la Santa Sede si affacciava sul palcoscenico più ambito e discusso dell’arte contemporanea. Paolo Rosa, oltre ad essere l’artista di straordinarie capacità innovative, era laico, e con una storia chiaramente di sinistra. Eppure aveva preso quell’invito straordinariamente sul serio, lavorando a fondo sul progetto che prevedeva una riflessione sul tema della Creazione e del primo capitolo del Genesi. Chi ha potuto vedere a Venezia il Padiglione a Venezia (ma c’è tempo sino a novembre) si è trovato davanti tre schermi giganteschi ad altezza terra su cui vengono proiettate immagini di persone che camminano in uno spazio indefinito. Se lo spettatore appoggia la mano su una delle figure, questa si ferma e si rivolge verso di lui “pronunciando” alcune parole. Nel terzo schermo, il più emozionante e commovente, i protagonisti sono alcuni detenuti del carcere di Bollate. Quando vengono toccati si fermano e appoggiano entrambe le loro mani sullo schermo pronunciando il proprio nome, quello dei genitori e dei genitori dei genitori. Cosa voleva dire Paolo Rosa raccontando in questo modo la “creazione”? Che l’uomo è creato proprio per pronunciare il proprio nome, per dire «io», come ha giustamente suggerito il nostro No Name in un reportage dalla Biennale.
Pensare che un artista laico come lui, sia arrivato a formulare un’idea così profonda e così religiosamente vera, rende bene il profilo di Paolo Rosa. Scherzando sul suo cognome, nel 1982, insieme ad alcuni amici aveva fondato Studio Azzurro (guradte che bella l’home page in suo ricordo), un gruppo che ha segnato la storia dell’arte visiva in Italia. Erano un gruppo perché le competenze diverse erano necessarie per la loro sfida: quella di padroneggiare le nuove tecnologie, per usarle come strumento di espressione artistica. Paolo Rosa nel gruppo era la testa pensante. O meglio il cuore poetico che si preoccupava sempre di riportare anche l’esito più innovativo e ardito dentro il binario di una comunicazione che colpisse ed emozionasse il visitatore. Insomma, pur usando uno strumento d’avanguardia, non era mai presso dalla febbre di stupire, sconcertare, provocare.
La tecnologia video nelle sue mani era diventata uno strumento per indagare in profondità la bellezza dei corpi e della realtà. Per «progettare opere che si prolunghino nei gesti delle persone e che rimettano in gioco valori etici di grande importanza» (parole sue). In questo modo Paolo Rosa ha reinventato anche il modo di concepire un certo tipo di mostre, rivitalizzandole, come accadde in occasione della stupendo omaggio fatto a Fabrizio De André a Palazzo Ducale a Genova.
Paolo Rosa era nato a Rimini, ma aveva sempre lavorato e vissuto a Milano. E di Milano ha incarnato l’anima migliore: la capacità (istillata da Leonardo nei suoi 22 anni di permanenza) di far camminare insieme l’arte con la scienza e la tecnologia. A questa capacità ha aggiunto la poesia del suo sguardo, sempre pronto a riempirsi di meraviglia di fronte allo svelarsi della realtà.

Written by gfrangi

agosto 22nd, 2013 at 11:14 am

Posted in pensieri

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