Robe da chiodi

Oggi 12 settembre

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Nuovi pensieri sulla pittura

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Un pensiero di Per Kirkeby, letto alla bellissima mostra del Museo di Mendrisio
«Verso la fine degli anni Settanta ho deciso di diventare un pittore serio, un grande pittore, e non lo dico in senso ironico. Lo pensavo davvero. Avevo dedicato tanti anni alla sperimentazione, al minimalismo, è molto altro. Con tutte quelle esperienze al mi attivo, volevo lanciarmi nella frazione di grandi, folli coraggiosi dipinti. Spesso ho avuto la sensazione che con l’aiuto della pittura, riesco veramente a vedere il mondo in tutta la sua realtà. In genere il mondo sta davanti a noi come nascosto da un velo. È questa cortina è costituita dalla lingua,. Diciamo “ecco un albero”. In realtà quello che abbiamo di fronte è un albero molto particolare. Ma ci sono attimi in cui riusciamo a vedere con una chiarezza incredibile che quello è un albero, una cosa particolarissima. Il termine “albero” non corrisponde affatto all’albero che abbiamo di fronte».

Da un’intervista ad Achille Bonito Oliva (di Domenico Gnoli su Repubblica)

Cosa vuoi dire?
«Fino al Rinascimento l’artista si predisponeva frontalmente rispetto ai valori, con il Manierismo diventa una figura laterale. È come se guardasse la scena del mondo senza la necessità di intervenire. Traditore è chi non accetta il mondo che osserva, vorrebbe modificarlo. Ma alla fine non fa niente, non agisce. Resta nella sua riserva mentale»

E questa roba ti è servita per progettare la Transavanguardia?
«C’è una continuità. La Transavanguardia è stata il superamento edipico delle avanguardie che hanno sempre avuto il bisogno di uccidere il padre»

Tu al massimo avresti soppresso lo zio.
«No, la violenza è il linguaggio del Novecento. Diceva Argan che il Novecento era passato dagli oggetti ai concetti”.

Lo pensi anche tu?
“Negli anni Settanta l’oggetto artistico scompare e prevalgono le forme di pensiero. La Transavanguardia propone il recupero dell’oggetto e del soggetto artistico»

Con un occhio al passato?
«Non solo un occhio. L’attenzione fu alla memoria storica di un Paese come il nostro, memoria che non ha eguali al mondo, e che contribuì in modo determinante al successo internazionale della Transavanguardia “.

Come hai vissuto quel successo?
«I meccanismi mediatici diedero enorme visibilità al gruppo e al critico che lo aveva teorizzato. Il successo l’ho vissuto con naturalezza».

A un certo punto hai proclamato: “La Transavanguardia c’est moi”. Te la sei intestata in un momento di delirio?
«No, no. Diciamo un richiamo ironico a Flaubert».

I tuoi artisti come hanno reagito? E a proposito come li hai scelti?
«Li ho scelti sulla base delle loro spiccate individualità. Hanno inventato un certo linguaggio pittorico. Per me invece è stata una sintonia con il nostro e il loro tempo. Volevo capovolgere l’idea che l’artista fosse un genio incompreso».

Vuoi ricordare i loro nomi?
«Francesco Clemente, Sandro Chia, Maurizio Cucchi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria. Furono loro gli artefici del movimento. Io ho solo creato una famiglia di artisti che non sono parenti. Erano gli anni in cui dominava l’Io assembleare, l’ideologia del noi. La Transavanguardia mostrò attenzione all’Io dei singoli».

Da un’intervista a Frank Stella (La lettura, a cura di Vincenzo Trione)
«Ho confessato, solo a me stesso, che vorrei essere il miglior pittore italiano dell’epoca di Tiepolo».
«Che senso avrebbe rifare nuovamente la pittura come è stata fatta per secoli? Ma non mi piace la parola reinventare: si è già abbastanza fortunato se si reinventa qualcosa. Conta solo quello che si fa, quel che si impara è quel che ciò implica. E si va avanti. La pittura? Una superficie piana con strati di vernice: niente di più. Le sculture? Dipinti che si sorreggono per conto proprio»

«L’ho ripetuto tante volte: l’attrazione può significare tante cose. Può, in un certo senso, raccontare una storia. Anche se, alla fine, è una storia pittorica».

Written by gfrangi

ottobre 23rd, 2016 at 9:13 pm

Bonito Oliva batte Jean Clair (ovvero: perché amare l’arte contemporanea)

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«Jean Clair non chiede più all’arte di essere domanda sul mondo, ma piuttosto una conferma del già dato e del già vissuto. La sua è una sfiducia nel futuro, vede l’arte come una minaccia». Per me si potrebbe chiudere qui, con queste parole di Achille Bonito Oliva, la polemica estiva lanciata dal Corriere della Sera dopo l’uscita in Francia del pamphlet (non il primo) di Jean Clair contro l’arte contemporanea (L’hiver de la culture). Mi sembra che Abo colga la questione, che va oltre una valutazione dei valori in gioco, delle furberie mediatiche a cui tanti artisti oggi ricorrono, dei giudizi che la storia poi darà. La questione è più radicale e riguarda il senso di fare arte oggi, il nesso con la vita del mondo e degli uomini. La prospettiva di Jean Clair è una prospettiva ultimamente accademica, che chiude fuori dalla porta le convulsioni del mondo e mette l’arte in una sorta di riparo morale e intellettuale. Francamente la trovo una prospettiva poco interessante. Non mi interessa che un pittore dipinga bene, mi interessa che la sua pittura si giochi con la vita del mondo. Non mi interessa una prospettiva in cui l’approdo del fare arte sia il muro privilegiato di un qualche collezionista “ben educato” ai valori dell’arte (e molto sensibile a quelli del mercato).
Mi guardo bene da chi propone qualsiasi ricetta schematica, perché in questo modo viene precluso all’arte la sua vera ragion d’essere: che, come dice Abo, è quella di “essere domanda”. E può essere domanda un grande quadro di Lucian Freud, come l’immenso cuore d’acciaio smaltato di rosso di Jeff Koons (in alto, nell’allestimento a Versailles). E mi fa sempre molto pensare il fatto che Francis Bacon, artista sempre parco di sentenze, avesse individuato in Damien Hirst il proprio erede…
Post scriptum: spesso mi capita di girare oper musei e gallerie con i figli e amici dei figli. Mi ha sempre colpito come la “grammatica” dell’arte contemporanea demonizzata da Jean Clair faccia invece facilmente breccia nella loro curiosità e metta in moto pensieri ed emozioni, sepsso non banali. Immagino che questa accada per affinità di linguaggi e per quell’apertura al futuro di cui parla Abo.

Written by gfrangi

agosto 9th, 2011 at 8:21 am

La sperdutezza di Schifano

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«Così dai teleri di Schifano che l’ansia verso un impossibile paradiso della felicità (e dell’innocenza) fa parer simili a grandi aquiloni che nessuna stanchezza e nessuna tempesta riescono ad abbattere, ancorché vi si leggano, qua e là, strappi e ferite…
… Ma perché tacere che Schifano con queste sue opere, sembra aver superato e con un solo balzo il “bric e brac” psico-letteral-pittorico della transavanguardia, lasciandolo a tanti chilometri di distanza da farlo sembrare vecchio e, quel che è peggio, assolutamente inservibile anche quale semplice provocazione?».

Così Giovanni Testori, sul Corriere del 7 novembre 1982. Alla Rotonda della Besana, nella mostra “Giovani pittori e scultori italiani”, Schifano esponeva, invitato da Achille Bonito Oliva, due grandi tele che oggi vengono riproposte nell’esposizione del decennale dalla morte, che dopo essere stata Roma è approdata a Milano (Parcheggio, 1982; e Ballerini, 1982)
Il volto di Testori riaffiora, per tre volte, nel montaggio di 540 fotografie tutte catturate dalla tv, proveniente dalla collezione Massimo D’Alessandro (1993). Sono le uniche immagini che Schifano, lascia praticamente intatte, prese dall’intervista fatta poco prima della morte dello scrittore da Riccardo Bonacina. Un volto scavato, drammatico, con gli occhi sbarrati, come su un abisso, o forse gravati da un immenso senso di carità.
Cosa collega quegli occhi alle tele leggere come “aquiloni”? Bisogna scavare intorno a questo interrogativo per non cedere a letture ovvie e banali su Schifano. È un invito a sorprendere quel punto di buio, di pianto, di ansia che fa di Schifano un pittore molto più profondo e grande di quanto una vulgata un po’ ciabattona e semplicistica vuol farci credere. Per Schifano andrebbe bene un quasi-neologismo di Testori: sperdutezza. Che è la vita come somma di immensa delizia e di irriducibile malinconia.

Detto questo, è purtroppo doveroso sottolineare la mestizia dell’allestimento della mostra milanese, con quella sala di bellissimi video che sembra quella d’attesa di un dentista.

Peccato. Perché la scelta delle opere è di quelle che lasciano una scia indelebile nel cuore.

Written by giuseppefrangi

ottobre 21st, 2008 at 11:35 pm