Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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L’opera d’arte come liberazione. Quattro situazioni da vedere (o leggere)

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A maggio con Vita abbiamo fatto (grazie al lavoro di Anna Spena, in particolare, e di Marta Cereda e Daniele Capra) una copertina che lanciava la domanda “L’arte può salvare il mondo?”. In scia allo spunto di quel numero, ho intercettato molte suggestioni che meritano, secondo me, di finire in un ideale taccuino, in vista di una continuazione di quel lavoro avviato. Ecco alcune di quelle suggestioni, molto libere e assolutamente trasversali.
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animale

Uomini come cibo.
È geniale il tema che Luca Santiago Mora ha dato ai ragazzi del suo Atelier dell’Errore per il lavoro di quest’anno, ribaltando il tema dell’Expo, così come loro con le loro opere ribaltano qualsiasi gerarchia nella scala della produzione artistica. Come sempre negli Atelier che sono diventati tre (quello storico di Reggio, quello di Bergamo, e quello iniziato da quest’anno per gli allievi che hanno superato i 18 anni e che è stato ospitato alla Fondazione Maramotti di Reggio Emilia), soggetto unico sono gli animali. Animali fantastici, a cui i ragazzi assegnano nomi che meriterebbero un’antologia. Ma quest’anno il tema del mangiare gli uomini ha fatto scattare nella fantasia dei ragazzi una potenza inedita. A tratti davvero travolgente. La mostra apre il 18 giugno, sostenuta da Maramotti che ha sposato pienamente il progetto, in un palazzo centralissimo di Milano, in via Monte di Pietà, 23. Si tiene su cinque piani. Ho avuto la fortuna di vederla in anteprima. È assolutamente imperdibile. È la vita che torna ad occupare fisicamente la città. (nell’immagine: VendicatoreDiNotteCheDivorisceDeiCompagniDiClasseIoMiAvvicinoELoroSiAllontananoEDiconoChePuzzo)

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Donatello
I tre Crocifissi di Donatello a Padova.
A proposito della relazione tra l’arte e la vita, nessuno probabilmente nel passato aveva capito il nesso meglio di Donatello. A Padova ho potuto vedere la mostra dei tre Crocifissi: quello celebre del Santo, affiancato da quello giovanile di Santa Croce e da quello ritrovato pochi anni fa, a Santa Maria dei Servi, sempre a Padova. Ci sono immagini da questa piccola mostra che non ci si toglie più dagli occhi. La prima: il perizoma di Cristo nel Crocifisso del Santo. Un piccolo straccio di bronzo disperatamente strappato da un vento che scuote la storia. La seconda: il ventre di Cristo, contratto nello spasmo della morte. Dal punto di vista plastico un pezzo di intensità drammatica con pochi paragoni. Bronzo sottoposto a contrazioni esplosive. Un punto di scontro di forze, tra la muscolatura dell’addome e la corona delle costole che sporgono in fuori con uno strappo doloroso.
La terza immagine: è relativa all’altro Crocifisso padovano, che è in legno, e che è stato recuperato eccezionalmente nella policromia originale. La linea del muscolo della coscia e il rossore del ginocchio sono di una verosimiglianza carnale che quasi domanda una carezza. La quarta immagine: il clamoroso retro di questo stesso Crocifisso che l’allestimento lascia giustamente libero. Il corpo di Cristo è completamente nudo, e schiena e natiche sono intagliate con una delicatezza che toglie il respiro. Ma come sempre quello che spiazza è la libertà di Donatello, che affronta l’iconografia senza retorica e senza moralismi (ovvero quando il cattolicesimo non aveva il complesso culturale del corpo e della carne…)

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Longhi e il senso dell’opera d’arte.
Letto il libricino con le Proposte per un critica d’arte di Roberto Longhi
(ed. Portatori d’acqua, con prefazione – bella – di Giorgio Agamben). A proposito della relazione tra Arte e vita, cito questo passaggio di Longhi: «È dunque il senso dell’apertura di rapporto che dà necessità alla risposta critica. Risposta che non involge soltanto il nesso tra opera e opere, ma tra opera e mondo, socialità, economia, religione, politica e quant’altro occorra. Qui è il fondo di un nuovo antiromanticismo illuminato, semantico, terebrante, analitico, empirico o quel che volete, purché non voglia svagare. L’opera d’arte è una liberazione, ma perché è una lacerazione di tessuti propri e alieni. Strappandosi non sale in cielo, resta nel mondo. Tutto perciò si può cercare in essa, purché sia l’opera ad avvertirci che bisogna andare a trovarlo, perché qualcosa ancora manca al suo pieno intendimento».

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Matisse e il suo maestro.
Sto leggendo L’intervista perduta di Matisse con Pierre Courthion.
È un libro a cui Matisse lavorò tanto e che alla fine non volle pubblicare. Oggi esce per l’editore che lo allora lo aveva (invano) commissionato, Skira. Matisse vi racconta ad esempio il suo rapporto con Gustave Moreau, suo maestro. «Per lavorare con Moreau bisognava avere talento e temperamento per tenergli testa. Mi ha strapazzato spesso. Mi diceva: “Lei semplifica troppo la pittura”. Ma duceva anche: “Non mi presti ascolto. Quel che dico non ha importanza. Un professore non è niente. Faccia quello che vuole, questa è la cosa principale. Tutto quello che fa mi piace più di quello che fanno altri e che non sgrido”». Così fa un vero maestro…

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Post scriptum: Visita di Alessandro Mendini a Casa Testori per la mostra su Bonvesin. Con lui anche Fabio Novembre. Bello il riconoscimento di un grande maestro come lui alla vitalità dei giovani illustratori. «Sono più avanti di noi designer», ha detto. Bel segno di libertà intellettuale.

Written by gfrangi

giugno 14th, 2015 at 11:46 am

Ma quanto la sa lunga Cattelan

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L’ultimo numero di Domus a direzione Mendini ha la sorpresa di 32 pagine “condirette” con Maurizio Cattelan (qui le foto della presentazione del numero a Milano). Le 32 pagine sono un Domus in miniatura e si aprono con un editoriale dell’artista. Più che un editoriale è un elenco di pensieri, in apparenza banali. In realtà, nient’affatto banali. C’è un realismo, che oggi è un bene raro in chi pensa. Me ne sono segnati alcuni.  In neretto, quello che più mi piace…

Se dobbiamo solo invecchiare e morire perché siamo qui?

Una tentazione non può essere scambiata per un opportunità.

L’arte puo produrre realtà?

La ripetizione è una forma di cambiamento.

I fatti non smettono di esistere perché li si ignora.

L’universo è fatto di storie non di atomi.

Una conclusione è solo un luogo in cui ci si è stancati di pensare.

Si può pensare al nulla?

Per avere dei bei ricordi ci vuole più di una buona memoria.

Sono parte del problema non la soluzione.

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Infine, le 32 pagine firmate Cattelan si chiudono con la foto di Gabriele Basilico in Piazza Affari. Quando si dice un grande fotografo… Immagine presa da dietro, sagoma perfettamente incastrate nel volume dei palazzi disegnati da Lancia, continuità di linee sempre perfettamente rette, e compattezza dei grigi. Il dito sbuca potente, solo contro il cielo di latte, drammatico, con il marmo già soffocato dalla fuliggine milanese.

Written by gfrangi

marzo 3rd, 2011 at 9:45 am

Se Mendini e la Triennale conquistano il New York Times

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È una bella notizia di fine anno il riconoscimento che il New York Times ha dato al museo del Design della Triennale nell’allestimento di Alessandro Mendini, come miglior mostra dell’anno nell’ambito del design. È bella perché del tutto meritata in quanto la mostra di Mendini è stata concepita fuori da tutte le logiche da conventicola. È una mostra democratica nel senso vero della parola, nel senso che riguarda la vita di tutti, che ci risparmia complicate alchimie interpretative ed è fruibile davvero da tutti. Soprattutto è una mostra fatta con amore verso l’Italia, con stima appassionata nei suoi valori, nella sua energia, nelle sue capacità creative. In un’intervista concessa in occasione di questo riconoscimento a Repubblica, Mendini ha detto che in particola questa mostra consacra non tanto chi immagina oggetti di design ma chi li produce. Perché il mondo è pieno di buoni designer, ma se non ci fossero le aziende italiane capaci di rendere realtà le loro idee, resterebbero solo sogni o aspirazioni irrealizzabili. In Mendini e nella sua mostra si ritrova quella moralità tutta italiana che declina il bello e l’utile evitando la spettacolarizzazione. Ed è un’Italia che continua a vivere e produrre, nonostante le tante cassandre travestite da intellettuali.

Written by gfrangi

gennaio 2nd, 2011 at 10:52 pm

I sei jolly di Giorni Felici

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Non dovrei parlarne perché sono in piccola parte parte in causa. Ma la passione e l’entusiasmo sono contagiosi e quindi rompo la convenzione. Ma Giorni Felici a Casa Testori quest’anno ha una carica di energia che va al di là del previsto. Mi sono chiesto il perché e me ne sono venute queste spiegazioni.

1. Il luogo. Ovvio, è bellissimo ma insieme assolutamente normale, con quell’affaccio su strada e ferrovia. È un luogo di sutura tra la vita di ogni giorno e la discese in profondità che gli artisti per destino affrontano con il loro lavoro.

2. Il fatto di essere casa. Addomestica i linguaggi. Quello che fuori di qui può apparire imprendibile o addirittura scostante, invece si presta (si china…) a essere decifrato e poi interpretato con la sensibilità di ciascuno.

3. Le stanze. Gli spazi bene definiti e separati, con i corridoi lasciati liberi, esaltano le individualità senza spegnere la corrente di scambio da una stanza all’altra.

4. Le donne. C’è una triade di presenze a Giorni Felici 2010, che secondo me marca in modo decisivo  tutta la mostra. È quella formata da Julia Krahn, Pippa Bacca e Rossella Roli. Lo marca perché tutt’e tre mettono a nudo la vita con una sincerità e una poesia a cui è difficile resistere. Arrivano al cuore, ciascuna per strade sue. Per due di loro poi la presenza in una casa in cui s’era consumato il rapporto tra Testori e sua mamma, è stato proprio questo tema a esplodere. La doppia foto di Julia e le valigie, che contengono e raccontano pezzi di vita, di Rossella Roli, scavano sui rapporti con le rispettive madri. Un modo con cui un tema, che è di sempre, torna a galla usando la spericolatezza dei linguaggi contemporanei. (…e il Verdi che scopre il suo coté femminile, tutto in rosa, sulle scale, sembra mettersi in scia)

5. Il blocco dei grandi. C’è un’altra triade che sfonda. È quella formata da Enzo Cucchi, Armin Linke e Gianni Dessì. Nelle loro stanze Giorni Felici assume lo spessore e la tenuta quasi da sale da museo. Si è avverte, una strutturazione mentale, un peso specifico diverso, senza che ciò alteri l’equilibrio dell’insieme. C’è una tensione verso la grandezza, che a Testori, come tensione, certamente apparteneva. A loro va aggiunto il grande tocco di classe e simpatia di Alessandro Mendini. La sua stanza è un gioiello felice, con quella giostra di forme e di colori che danno allegria senza frastornare. Non ci si muoverebbe più da lì

6. Il pendolarismo alla rovescia. L’energia attrattiva della Casa chiama “fuori” il pubblico dalla città. È un fatto non scontato. Perché è molto raro che Milano senta bisogno di uscire dal suo territorio, specie se in gioco c’è una materia, l’arte contemporanea, che in città spunta fuori dappertutto. La Casa rappresenta una riscossa del territorio, retrocesso in genere a backstage della città. Il fatto che la chiesa di vetro fotografata da Linke sia lì ad appena un paio di chilometri, capolavoro con oltre 50 anni di vissuto sulle spalle, rende ancora più chiara questa voglia di scombinare gli stereotipi. Non si tratta più di consolare con belle cose un territorio, ma di riaffermarne con orgoglio, la vitalità e l’energia. Direbbe Aldo Bonomi, che questa è la rivincita della città infinita.

Date un occhio qui per farvi un’idea

Written by gfrangi

giugno 25th, 2010 at 11:15 am

La bella transitorietà del design

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Mi ha colpito e divertito l’effervescenza che per qualche giorno ha acceso Milano in ogni angolo per il Salone e il Fuori Salone. È bella l’estemporaneità ed è bello il fatto che tutto d’improvviso svanisce in un batter d’occhio. Il design per sua natura non è supponente. È un’espressione che per vocazione è transitoria, è legata ad un momento e incorpora in sé, senza nessun dramma, la consapevolezza che ad un certo punto si deve smontare e uscire di scena.  Il grande design è sempre ironico, anche quando diventa un classico e da qualcuno viene (disgraziatamente) rinchiuso in un museo. È ironico perché vive di continue mediazioni con i bisogni di chi lo usa oppure con gli innesti azzeccati o no di chi lo produce: oggi mi sono seduto su una Lc2 di Le Corbusier; oggi ho visto le bizzarre varianti di colori che Cassina propone 70 anni dopo della Lc2 di Le Corbusier.  (“Tout pas, tout lasse, tout se remplace”, recita un bel detto francese…).

In quattro giorni Milano si è riempita di queste idee leggere, che tante volte però si sviluppano da passioni profonde e da un lavoro pervicace. La sintesi più chiara l’ho travata in questa breve nota autobiografica di Alessandro Mendini, che dall’alto della sua storia e dei suoi 80 anni svela un’altra caratteristica del design: quello di essere sempre giovane.

«Io mi chiamo Mendini che deriva dalla parola “rammendini”, che designa un mestiere medievale – spiega con ironica pacatezza – anche in inglese to mend vuol dire “aggiustare le cose rotte”. È un termine perfetto per me: io lavoro sul lavoro degli altri, io metto a posto. Quando penso a un eventuale autoritratto, mi raffiguro con il vestito di Arlecchino, che è appunto un patchwork di vecchi vestiti altrui».

Infine, il design aiuta a scoprire punti di vista straordinari di Milano (città molto meno rodinaria di quanto siamo abituati a credere): guardate questa foto, con l’angolo del Cortile del Filarete  su cui s’innesta il cappello cubico della Velasca.  Un rapporto di forme imprevisto e strepitoso, con cinque secoli di gap (in primo piano l’installazione di Jacopo Foggini).

Written by giuseppefrangi

aprile 21st, 2010 at 10:54 pm

Cinque buoni pensieri domenicali

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Gillo Dorfles (sul Corriere della Sera, articolo alla vigilia dei suoi 100 anni). «Non  rimpiango di aver relegato la Body art e l’estetica della crudeltà. In un’epoca come la nostra, dove c’è chi uccide la figlia perché ha un fidanzato italiano, o ammazza i genitori per l’eredità  e in cui insomma la crudeltà è un fatto da prima pagina quotidiana, che senso ha mettere in mostra, come fa la Abramovic, le ossa degli animali uccisi? Oppure ferirsi? Certo, accanto a un’arte del Bene è sempre esistita un’arte sadica o masochistica. Ma viviamo già oggi in un’epoca in cui il male è un elemento privilegiato, che bisogna c’è di propagarlo?»

Maurizio Cattelan, intervista a Klat. «Sono cresciuto in un clima religioso. Ho fatto il chierichetto e ho passato molto tempo all’oratorio in chiesa, perché er il modo di essere libero. Se sono credente? Se non fossi in qualche modo credente, certi miei lavoratorin non esisterebbero. Però non ho ancora affrontato la malattia e la sofferenza, quindi non ho le idee chiare in merito. Ma c’è una parte di me, quella buona che sente qualcosa…»

Martino Gamper, intervista a Klat. «Non amo il termine riciclo, ha una valenza tipica della qualità scadente: dopo il riciclo, il materiale non è mai il meglio delle sue possibilità. In inglese, c’è il termine recyclicing e upcycling, cioè dargli un altro ciclo, un’altra vita. La sedia per strada che nessuno più usa un valore nullo; darle un’idea, includerla in una delle mie sculture significa rivalutarla… L’ecologico, se basato sul puro riciclo, dura ancora meno e supporta l’idea di un sistema debole e consumistico. Una sedia non dovrebbe costare 30 euro, dovrebbe costare molto di più e durare una vita intera».

Alessandro Mendini, intervista a Flash Art. «Per chi ha fatto l’architetto o il designer, i progetti nascono dai vincoli che sono utilissimi, però mi piace pensare che l’architetto non abbia vincoli. È per questo che spesso ha antenne più lunghe».

Ernesto Nathan Rogers (editoriale di Domus gennaio 1946, il primo nel dopoguerra, ristampato oggi). «La casa è un problema di limiti (come del resto quasi ogni altro aspetto dell’esistenza). Ma la definizione dei limiti è un problema di cultura e proprio ad esso si riconduce la casa (come, infatti, gli altri dell’esistenza). Se è così, anche le parole sono materiale da costruzione. E anche la rivista può aspirare ad esserlo… Si tratta di formare un gusto, una tecnica e una morale, come termini di una stessa funzione. Si tratta di costruire una società».

Written by giuseppefrangi

aprile 11th, 2010 at 3:23 pm

Viva il non-museo del design

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Il Museo del Design, alla Triennale di Milano, si è rinnovato per la terza volta, come accade ogni anno in vista del Salone del Mobile: un’idea giusta e azzeccata di Davide Rampello, perché il design se museificato è finito (il Moma da questo punto di vista ha solo da imparare…). Il design è un organismo vivo e anche quando viene storicizzato resta con quelle caratteristiche. E non basta una semplice turnazione degli oggetti, ci vuole un’idea espositiva su misura. La Triennale ha pensato alla formula di affidare ogni anno un museo “effimero” a grandi nomi del design: quest’anno è toccato ad Alessandro Mendini.

Mendini ha ruotato il suo museo sull’idea di presentare 800 oggetti che hanno fatto la storia e il vissuto del nostro quotidiano dal dopoguerra a noi. Un’idea semplice, molto orizzontale, che elimina l’alto e il basso, le differenze tra oggetti di serie A e di serie B. Con il design questo si può fare, senza fare nessuna demagogia: perché la genialità di un oggetto può scendere dall’intelligenza del suo creatore, ma può anche salire dal  basso per l’energia anche estetica che gli ha dato una consuetudine condivisa. Il percorso segue la meravigliosa struttura del palazzo di Muzio, e gli oggetti sono appoggiati a in basso come su delle isole in cui sono stati raccolti e radunati secondo un flusso impercettibile ma ben ragionato (le didascalie sono su leggii ai quattro angoli di ciascuna isola e sono l’unico  elemento difficoltoso dell’allestimento di Pierre Charpin: un semplice volantino ai visitatori non sarebbe stato meglio?). Si inizia con la poesia di Catullo in cui è la nave del poeta a raccontare ciò di cui è fatta (primo testo di critica del design della storia: così viene presenatata). E si finisce con l’Italia alla rovescia, icona di Fabro. In mezzo un flusso di 800 oggetti che si richiamano l’un l’altro. La serie di statue di Sant’Antonio con il Bambino, realizzate dal miglior laboratorio artigianale, è affiancata ad una serie parallela di cavatappi Lagostina, in piedi e abraccia aperte. «Quali cose siamo» è il titolo che Mendini ha dato al suo “museo”. Ed è un titolo azzecatissimo (c’è il vestito dentro il quale navigava Totò, ma c’è pure il bastone del pastore Guglielmo, bergamasco…). Viva il design orizzontale. E viva questa Milano sempre viva…

Sito in allestimento del Museo

E qui invece una sorprendente Babele, idea con cui si chiude la mostra.

Written by giuseppefrangi

marzo 28th, 2010 at 2:23 pm