Robe da chiodi

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Angelo Barone, la pittura che libera dai bunker

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Leggevo sul Corriere della Sera a proposito del libro che raccoglie il lavoro fatto in questi anni da Alterazioni Video e da Fosbury Architecture questo pensiero di Robert Storr: «Se da un lato le rovine mi attirano, penso che la venerazione delle rovine nell’arte occidentale abbia portato spesso una feticizzazione del passato, della morte, un po’ preoccupante. Quindi, se possibile, è più affascinante contemplare le rovine del ventesimo secolo». Il riferimento è alla raccolta degli incompiuti architettonici censiti e fotografati nel libro. Un fenomeno che affligge in modo quasi epidemico il Sud e in particolare la Sicilia. Ho associato questa riflessione al fatto che dalla Sicilia viene anche Angelo Barone, artista di Modica con studio oggi a Milano. Barone nei giorni scorsi ha presentato una mostra-installazione a Firenze negli spazi di Patrizia Pepe (titolo: “Apparenti stretti”). Il lavoro di Barone si pone a ponte tra pittura, scultura e architettura. La concezione di partenza è certamente architettonica e nell’incertezza rispetto alle funzioni possibili di queste forme è facile cogliere affinità con il non senso dei “rovine nuove” disperse nella terra della sua Sicilia. L’assenza di funzione rendendo enigmatiche queste forme, conferisce loro un’inattesa potenza e iconicità. «Oggi l’episteme architettonico non esiste più», dice Barone nell’intervista ad Angela Sanna che accompagna la mostra fiorentina. «Il mio lavoro a volte trae forza da questa confusione. Si articola su quest’idea di perdita delle forme e quindi sull’incapacità di percepire le forme per quello che essere rappresentano». Dall’intuizione dell’oggetto architettonico Barone passa ad un’elaborazione che è oggetto scultoreo e che trova il suo sbocco più affascinante nella pittura. Perché è sulle tele (di grandi dimensioni e montate quasi a comporre un polittico) che l’enigmaticità di quei volumi sembra espandersi a tutto lo spazio che li accoglie. In questo modo la loro forza evocativa si moltiplica, anche grazie al sorprendente connotato cromatico che assumono. Una soluzione del tutto inattesa, perché antitetica all’uniformità di volumi senza funzioni e quindi senza bisogno di codici cromatici. Barone invece inverte l’ineluttabilità di quel destino. Lavora partendo dalla base di fotografie dei volumi costruiti da sé stesso (bunker e poi casematte); poi passa con veli stratificati di colore in trasparenza: a volte anche dieci passaggi. Questo fa sì che quei volumi senza funzione e a volte brutali nella loro ottusa compattezza, sembrano liberarsi della loro grevità e navigare nello spazio come scatole magiche e leggere. Non perdono nulla del rigore compatto e impenetrabile che è alla base delle loro forme, anzi acquistano in monumentalità. Tuttavia la chimica dell’intervento pittorico sembra capace di svelarne l’inconscio. Che non è da incubo come avevamo presunto, ma esattamente opposto. «Piuttosto magnifiche», dice Storr delle forme di Incompiuto siciliano. Potremmo dire lo stesso dell’esito del percorso di Angelo Barone. E chissà che quella di Barone possa essere anche una visione contaminante per le rovine siciliane…

Qui per notizie sul libro Incompiuto. La nascita di uno stile edito da Humboldtbooks

Written by gfrangi

maggio 27th, 2018 at 2:58 pm

Corti circuiti su Gaudenzio

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Alle 10,30 di mattina (orario insolito) a Casa Testori un incontro molto insolito. Con Elena De Filippis, direttrice del Sacro Monte, e con Angelo Barone, artista, fotografo, insegnante, abbiamo presentato i lavori di tre giovani artiste e fotografe fatti sulle due sculture del Sacro Monte esposte a Casa Testori ad aprile scorso. Due capolavori, che per una volta era possibile vedere a tu per tu. La domanda di partenza era questa: cosa fanno scattare due sculture così fisiche, così realistiche, così drammaticamente dialettiche, così drammaturgicamente opposte e complementari, nello sguardo creativo e libero da ogni preoccupazione filologica di tre artiste (tutte donne non per scelta ma per caso) ventenni o poco più? Angelo Barone le ha seguite nel lavoro, spingendole soprattutto a non proteggersi con qualche discorso preventivo. Quindi ad agire con un vero confronto, con un’indagine attenta, approfondendo passo a passo le ragione del proprio sguardo. I lavori di questo anomalo “workshop su Gaudenzio Ferrari” li potrete vedere sino al 23 luglio a Casa Testori. Sofia Bersanelli ha immaginato un percorso di dieci immagini in cui segue l’ipotesi di un dialogo che avrebbe potuto esserci ma che non c’è stato tra il soldato e Gesù. Elisabetta Polelli, senza conoscere il DNA del Sacro Monte, ha agito sull’integrazione tra scultura e pittura: con il manigoldo rappresentato da due calchi del braccio e del busto e con Cristo invece fotografato come dipinto su una tela di lino. Infine Giulietta Riva ha agito per coppie di close up ravvicinatissimi: dettagli che dilatano a dismisura la superficie corporea.
Non è un punto di arrivo questo. È un punto di partenza per capire come riagganciare una meraviglia antica a una generazione che parla una lingua dai meccanismi affascinanti e misteriosi. Certamente si è aperto un dialogo, anche se più che un dialogo può sembrare un corto circuito.