Robe da chiodi

Oggi 12 settembre

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Stefano Arienti, la poesia della responsabilità

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Questa intervista a Stefano Arienti, in occasione della mostra “Antipolvere” al Museo Civico di Modena, è stata pubblicata su Alias domenica 7 maggio.

Una grande finestra a riquadri si apre su un panorama vasto e indefinito: sembra una griglia per imbrigliare il cielo e abbreviare la distanza che separa lo studio di Stefano Arienti dalla sua Asola, pianura mantovana, dove è nato nel 1961. Siamo ai margini di Milano, oltre il Parco Lambro. Qui la città dà l’illusione di essere finita. Lo studio è in un vecchio casale contadino lombardo, di quelli che sembrano dimenticati dalla storia. I soffitti sono alti. C’è molto ordine e un senso di equilibrio quasi monacale. Un grande muro è lasciato libero: lì Arienti lavora le sue carte o i suoi grandi teli antipolvere. Sul lato opposto c’è “Stimmung”, una serie lunga e fitta di scaffali bianchi, macchiati dai colori di centinaia e centinaia di cd: sembra quasi una delle sequenze di Robert Irwin. È un’opera di Arienti. L’unica che ha diritto di cittadinanza permanente nel suo studio. «Il titolo è un omaggio a Stockhausen», racconta l’artista. «Si tratta di un work in progress: raccolgo musiche tradizionali da tutto il mondo. Le catalogo per nazioni. Proprio in questi giorni con il Lussemburgo ho completato l’Europa». Sono, per ora, 4mila cd che alla sola vista suggeriscono l’idea di una partitura musicale visiva e che funzionano da strumenti per un affascinante workshop che Arienti tiene in questo periodo, ogni domenica, a Palazzo Te a Mantova. «È come la saldatura di un debito», racconta. «Io arrivo alle arti visive dalla frequentazione della musica negli anni 80. Da lì è scattata la predisposizione che poi ha segnato la mia vita».

Lo studio di Arienti non è solo un luogo in cui progettare e lavorare. È un avamposto protetto dalle interferenze del grande circo dell’arte. «Vengo dalla campagna. Non sono fatto per andare alla conquista del mondo», racconta. «Il mio è un imprinting segnato dalla laurea in agraria, con tesi sulla malattia delle piante». Eppure tra questi muri si avverte che l’isolamento non è affatto una schermatura dalle interferenze del mondo. Si avverte nell’aria e nella luce stessa una fibrillazione sottile e continua per cercare quella che lui definisce «un’estetica possibile di un mondo che vogliamo». 160 chilometri più a sud, a Modena, si può assistere alla versione visiva di quel che questo luogo evoca. È la nuova mostra intitolata “Antipolvere” (Museo Civico, fino al 16 luglio), in cui Arienti ha raccolto una selezione di lavori in gran parte realizzati su questi teloni poveri che vengono usati per proteggere le impalcature. Antipolvere indica il desiderio di togliere la patina del passato da immagini che Arienti ritiene nevralgiche per il presente. A Modena non siamo semplicemente chiamati a guardare le opere. Ci camminiamo in mezzo. Siamo tirati dentro, per assorbirne gli umori e quella dimensione estetica che nelle opere di Arienti è così naturalmente contigua a quella etica.

«Mi interessa molto la parola responsabilità», dice. «Penso che un artista possa riconoscersi tale se qualcuno accetta la sua sfida ad essere artista. È un’investitura che si riceve. Non basta pensarsi artisti, proporsi come artisti. Bisogna anche trovare qualcuno che faccia il gesto di risposta di riconoscerti tale. La condizione dell’artista è sempre e soltanto una condizione condivisa, pubblica, sociale. Non ci si può nascondere dietro una maschera, dietro un anonimato o delle vie di fuga».
È anche per questo che Arienti nei mesi scorsi ha accettato la proposta lanciata da Casa Testori, un hub culturale alle porte di Milano, di confrontarsi su un terreno inedito, quello delle responsabilità dell’arte rispetto alla corruzione. Prima è sceso in campo per un confronto pubblico con il procuratore generale antimafia Franco Ruberti e con don Luigi Ciotti. Poi ha voluto essere presente alla mostra organizzata sempre sul tema, con un’opera poetica e sorprendente: “Lame”. Tre oggetti di taglio che vengono da un armamentario contadino e che oggi Arienti sorprende in una zona insidiosa e tacitamente aggressiva di “cambio d’uso”. Com’è nel suo stile, senza salire di tono, suona però un allarme.

A dispetto del ricercato isolamento del suo studio, Arienti è artista strutturalmente collaborativo. Se ne ha conferma immediata nella scelta delle opere che ha voluto esporre a Modena. Gran parte nascono da un rapporto di committenza; un rapporto che non è semplicemente meccanicistico ma che si sviluppa dentro un dialogo e con momenti di percorso comune. «Mi piace lavorare su committenza. Mi stimola. Non lo sento affatto come una limitazione. Mi piace anche la committenza ecclesiale, che ultimamente si è fatta anche più frequente», spiega Arienti. A Modena sono infatti presenti gli studi per il motivo per l’altare della Parrocchiale di Sedrina, in Val Seriana. Ma sono presenti anche i lavori realizzati per Zegna e per Kartell. «Sono aziende che hanno un’immagine molto precisa, e hanno una lunga storia di attenzione al contesto umano e naturale in cui producono. Ammiro il volto di quest’Italia produttiva e in un certo senso voglio fare la mia parte…». Non c’è invece a Modena (e non potrebbe esserci…) un intervento che Arienti ama molto, realizzato per la Fondazione Zegna: un impianto wifi portato nel comune di Trivero, nel Biellese, che l’artista ha voluto marcare con opere di natura opposta, vagamente primordiale: sassi con dipinte sopra delle facce, “I Telepati”. «Mi piaceva che le sculture incarnassero quest’idea di comunicazione immateriale. Come se una tecnologia contemporanea quale Internet realizzasse un sogno antichissimo dell’umanità: quello di comunicare a distanza, “senza fili”».

A proposito di committenza, Arienti ha avuto recentemente anche l’occasione felice di tornare a casa. Il piccolo Museo di Asola gli ha chiesto infatti un’opera che prendesse spunto dal capolavoro più periferico e “selvaggio” del Romanino: il ciclo con le tavole per la cantorie e le ante d’organo del Duomo. Come sempre nel suo stile, l’approccio è un’operazione di svelamento. «Ho incontrato Romanino sin da bambino», racconta. «Ma solo pochi anni fa ho scoperto qualcosa che mi era sempre rimasto nascosto: le ante d’organo vengono sempre tenute aperte e i rettro quindi non si vedono. Romanino vi dipinse due santi, Andrea ed Erasmo, in dimensioni monumentali. Ne ho ripreso il tracciato, con inchiostro metallico, su telo antipolvere, riducendo leggermente le dimensioni per adattarmi all’altezza delle pareti del museo. Ho pensato che in questo modo tutti potessero finalmente vedere e immaginare il Romanino che non si vede». Opera di svelamento, quindi. Un’immagine aperta, che probabilmente ha a che vedere con quella possibile «descrizione di un mondo che vogliamo».

Nell’immagine: l’allestimento della mostra di Modena. In primo piano, I nomi di Ciserano (2001); sullo sfondo, Ailanto d’oro (2009)

Written by gfrangi

maggio 7th, 2017 at 7:27 pm

Giorni Felici, la profondità dei giovani

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Elisabetta Falanga, L'Altro livello della terra.

Elisabetta Falanga, L’Altro livello della terra.

Si è conclusa una bellissima edizione di Giorni Felici a Casa Testori, molto vitale, con un un filo preciso e sottile (non invasivo, mai prevaricante) che legava una stanza all’altra, o meglio che lanciava continui rimandi da una stanza all’altra, grazie al lavoro davvero prezioso di Marta Cereda. La prima notazione da fare riguarda la profondità di intuizione poetica che si coglie in tanti giovani presenti. Sono intuizioni non messe in preventivo, perché non ti aspetti da una parte una propensione a toccare certi temi e dall’altra una tale maturità nell’affrontarli. Per dire, s’è vista molta riflessione sul dolore, sul limite, sulle ferite. Ma la modalità di questa riflessione aveva spesso la forza di proporre punti di fuga, di non restare ostaggi del tema senza mai evaderne neppure un centimetro. Mi riferisco in particolare alla installazione di Elisabetta Falanga, 28 anni, ma anche al video proiettato nelle cantine di Fatima Bianchi, stessa età. Due riflessioni che vertono su mondi interni (la famiglia: quindi straordinariamente coerenti con il luogo, una casa, Casa Testori) perciò che hanno un’intimità come orizzonte, che non pretendono di andare oltre, ma che proprio per questo bisogno di mettersi con delicatezza in mostra, di diventare fatto pubblico che chiede di essere condiviso e partecipato, si sono dati una “forma” che per me sarà difficile dimenticare.
C’è come una capacità di inserirsi tra le linee. Di far parlare interstizi esperienzali dimenticati. Di essere espliciti restando impliciti. Nell’installazione di Elisabetta Falanga lo spazio schiacciato della stanza documenta la compressione del dolore, un peso che si allunga su tutti gli oggetti che sono come un bagaglio da cui non ci si può sgravare. Ma sopra l’orizzonte della terra (una lastra di vetro taglia tutta la stanza a 1,50 di altezza ed è tutta coperta di terra), annuncia ancora un mondo, ancora una possibilità che gli affetti del mondo si sotto possano permeare il mondo che verrà. La terra sopra la testa non è solo un peso, ma è anche un orizzonte (non a caso il titolo è L’altro livello della terra).
Anche Fatima Bianchi indaga su un mondo interno, circoscritto, chiuso. È l’attesa del figlio e fratello che lascia orfana una domenica come tutte le altre. C’è silenzio, rotto solo dal ticchettio del tempo, che non è però assillo. C’è un consumarsi calmo delle immagini intime sulle screpolature del muro. Ma soprattutto c’è la breccia della luce del faro di Brunate, proiettato sul muro opposto, che sposta il baricentro là dove ci sono le lettere del fratello nella cassetta, lì da leggere per tutti. Un fatto intimo, privato diventa fatto nostro. Una ferita viene portata con delicatezza e tanta poesia a condivisione comune. Così la vita grazie all’arte non si chiude in sé e si libera dalla trincea. Ma è anche la vita che detta una grammatica inedita all’arte, in cui la pazienza torna ad avere voce in capitolo.

Written by gfrangi

luglio 19th, 2014 at 6:02 am

Pasolini, san Giuseppe e la Giovinezza

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Pier Paolo Pasolini, San Giuseppe con Gesù Bambino, 1942, olio su cartone

Pier Paolo Pasolini, San Giuseppe con Gesù Bambino, 1942, olio su cartone

Questo articolo è stato scritto per la rubrica Riquadri su Piccolenote.it

Era morto nel giorno dei morti di 38 anni fa. Ma il tempo anziché allontanarlo da noi sembra renderlo sempre più vicino e necessario. Pasolini è stato un intellettuale vero proprio perché tutti noi sentiamo la necessità di leggerlo per capire non il suo tempo, ma il nostro. Pasolini, insomma, è uno dei pochissimi sempre sul pezzo. Personalmente ritengo Scritti Corsari uno dei libri a cui non rinuncerei mai. E personalmente ho avuto la fortuna di incrociare (metaforicamente) Pasolini nel realizzare una appassionante mostra a Casa Testori, a Novate Milanese, due anni fa, sulla sua attività pittorica. PPP era infatti uomo vorace di vita, e tutti i mezzi per lui erano buoni per esprimere i suoi amori e le sue inquietudini. Tra gli altri mezzi ci fu anche la pittura, sulla quale fu molto assiduo negli anni friulani (sino al 1950) e poi negli ultimi dieci anni della sua vita. Era pittore per se stesso e per gli amici, quindi usava carta, matite, tele e pennelli come una sorta di dialogo privato, di confessione di quei sentimenti che voleva tenere al riparo dalla macchina dei media. Ebbene, preparando la mostra di Novate, abbiamo avuto la possibilità di indagare negli archivi custoditi al gabinetto Viessieux di Firenze. E tra le sorprese è emerso anche questo piccolo olio su cartone, che rappresenterebbe San Giuseppe con Gesù Bambino. Il condizionale è d’obbligo perché non esistono documenti che identifichino il tema. Ma con ogni probabilità il tema è quello: PPP infatti nel 1942 stava lavorando al progetto di una chiesetta che avrebbe dovuta essere costruita a Casarsa appena la guerra lo avrebbe permesso: “Ecclesiae Reginae Martyrum Dicata” si trova infatti scritto in alcune sue carte. Probabilmente questo è un bozzetto per un’immagine da dipingere al suo interno. Vi si vede un Giuseppe che mette il suo braccio sulle spalle di Gesù, rivolgendo su di lui un sguardo denso di senso paterno. Gesù, dal canto suo, scruta il mondo con quegli occhi che PPP immaginava già teneri e sempre spalancati sulla vita. Sul retro del disegno una dedica secca e bellissima, “per la Giovinezza”. Proprio con la “G” maiuscola. Un altro titolo per questo quadretto così sobrio, così imprevisto, così pieno di struggimento.

Written by gfrangi

novembre 2nd, 2013 at 10:21 am

Il momento dei maestri/2. Il maestro dei Maestri del Colore

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Inizia a Casa Testori una mostra assolutamente originale, come devono esserlo le cose che vengono presentate in quel luogo. 4 curatrici per 4 maestri, sono in realtà quattro mostre in altrettante zone in cui è stata divisa la Casa. Le curatrici, casualmente tutte donne, sono dottorande nelle università milanesi che hanno accettato la sfida di fare delle loro tesi dei percorsi espositivi fruibili da un pubblico largo. Il mix dei “maestri” è sorprendente: si va da Aldo Rossi (a tema il suo pensiero sull’abitare, a cura di Claudia Tinazzi), a Giacomo Pozzi Bellini (fotografo trasversale di una stupenda Italia, da Giovanni Pisano a Sofia Loren, a cura di Carlotta Crosera), a Guido Guidi (fotografo con una dedizione quasi religiosa nei confronti di Carlo Scarpa, a cura di Giulia Lambertini). La quarta mostra è forse la più inattesa: è dedicata ad Alberto Martini, a cura di Federica Nurchis, il geniale inventore dei Maestri del Colore, la collana di Fabbri che negli anni 60 ebbe un successo clamoroso ed ebbe un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione artistica dell’Italia. È bellissimo scoprire come alle spalle di Martini e del suo tentativo ardito (c’era da fotografare tutto a colori, migliaia di immagini da scattare in ogni angolo del mondo) ci fosse Roberto Longhi. Era stato lui a incoraggiarlo e a fare da garante rispetto all’editore: segno di quanto fosse urgente per lui la necessità di fare buona e larga divulgazione. Longhi è stato un grande storico anche per questo suo sguardo sempre aperto sul presente (leggasi le pagine finali dell’introduzione alla mostra di Caravaggio). Divulgazione è cosa diversa da pedagogia: non è un inculcare ma è un mettere a disposizione strumenti. E i Maestri del colore, con il loro formato grande (35,5 x 27 cm) che ne faceva una sorta di pinacoteca casalinga, la loro architettura chiarissima, i testi di qualità, e soprattutto – come Longhi aveva chiesto – le foto a colori (colori che nella stragrande maggioranza dei casi non si erano mai visti), sono un modello straordinario di strumento messo a disposizione di tutti. Non perdetevi questa mostra e le sue tre “sorelle”!

Written by gfrangi

ottobre 13th, 2013 at 9:25 pm

Paci e Mastrovito, rendez-vous sotto la croce

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Due situazioni intercettate questa settiamana. Adrian Paci, albanese classe 1969, arrivato in Italia con una borsa di studio dal 1992, ha realizzato per la chiesa di San Bartolomeo una Via Crucis: fotografie in bianco e nero prese dalla realizzazione di un suo film, stampate su alluminio. Una rappresentazione molto pasoliniana. Secionda situazione: Casa Testori, veranda. Andrea Mastrovito, bergamasco, classe 1978, interpreta lo spazio usando le tre grandi finester come fossero altrettante ante di un politicco sulla Crocifissione. La tecnica è la più sobria possibile, ma anche quella più ad effetto: il disegno è stato ricavato chiudendo gli spiragli di luce delle tapparelle lasciate appena sollevate.

Innanzitutto colpisce la coincidenza dei due fatti, che porta a riconsiderare il fatto che il soggetto della crocifissione è un soggetto forse “inevitabile” per un artista. Non è una questione di crederci o meno: è un punto di condensazione dell’umano che non ha paragoni. Ognuno ci arriva per strade sue e con corde sue. Quella di Paci è una Via Crucis delicata ma disperatamente solitaria. Non c’è più folla ad accompagnare Gesù. C’è rimasto solo un manipolo di amici, tra capannoni di una periferia dismessa. Quella di Mastrovito è una Crocifissione leggera, quasi sussurrata (le croci sono sagomate un po’ di traverso). È molto importante il percorso che Mastrovito racconta nel catalogo: aveva saputo che quello era il luogo dove venivano esposte le persone della famiglia per l’ultimo omaggio. E quindi è come se la funzione, pur episodica, di quel luogo avesse segnato anche le strutture. Perché quella della morte non è esperienza che passa.

Né in Paci né in Mastrovito si coglie una minima enfasi retorica; sono crocifissioni in diverso modo scarne, spogliate di ogni orpello e di ogni dispositivo drammatizzante. Questo ce le fa apparire come davvero “necessarie” all’interno del loro percorso. Se poi dovessi cercare di spiegare perché due artisti di quella generazione, certamente figli di una secolarizzazione spinta, approdino alla crocifissione, non so rispondere in altro modo che così: la croce è il destino dell’uomo riportato in alto, ri-innalzato. È il momento drammatico da cui ciascuno passa proposto come imprevedibile accettazione (le braccia aperte, il il consegnarsi a un’altra volontà). È la morte che accade in alto, davanti al mondo, e non nelle cantine della vita. È la sola idea di morte agganciata ad una speranza. Immagino che per un artista riuscire a dire questo sia la cosa più grande che possa augurarsi.

Written by gfrangi

aprile 2nd, 2011 at 1:21 pm

La primavera del disegno

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Su Le Monde oggi c’è una pagina che celebra il ritorno al disegno degli artisti contemporanei, in particolare giovani. Al Palais de la Bourse si è aperto il Salon du Dessin (sino al 4 aprile) che ha attratto altre manifestazioni collaterali in altri luoghi della città. La pagina è corredata con il disegno di un giovane artista americano Matt Bollinger (immagine qui sopra), che mostra quale freschezza pungente riservi il disegno manuale nell’era dell’artificio (è esposto a Drawing Now Suite, al Carrousel du Louvre). Potrebbe esserci al suo posto un disegno di Andrea Mastrovito (immagine qui sotto), il giovane che oggi inaugura una ambiziosissima e sorprendente personale a Casa Testori a Novate, e avrebbe fatto lo stesso effetto. Il disegno nella sua fragilità e transitorietà si mostra capace di un’energia e di un’immediatezza anche laddove (come nei due casi citati) è frutto di un lavoro sottile e certosino. Il disegno permette ancora uno sguardo ingenuo, diretto, capace di portare a galla tutto. Vincent Bioulès, che insegna disegno all’Ecole des Beaux- arts di Parigi racconta su Le Monde la ragione profonda di questa primavera del disegno, sulla base della sua esperienza: «Si ha sempre l’impressione di vedere il reale, ma quando cominci a disegnare, mi rendo conto di non aver visto niente. Il disegno è una sintassi per appropriarsi del mondo. È la potenza della decifrazione del reale».

Ricordo di aver letto nel libro di John Berger Sul disegnare (Schewiller) questo pensiero che mi è rimasto impresso: «Disegnare non è solo misurare e annotare, è anche ricevere. Quando l’intensità dello sguardo raggiunge un certo grado, diventiamo consapevoli che un’energia altrettanto intensa viene verso di noi, attraverso l’apparenza di quello che stiamo scrutando. L’intera opera di Giacometti ne è la dimostrazione».

(Aggiungo che fa parte di questa primavera del disegno anche l’opportunità di vedere i disegni capolavoro di Michelangelo , sia architetto che no, al Castello Sforzesco)

Written by gfrangi

marzo 30th, 2011 at 10:37 pm