Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

Archive for the ‘Damien Hirst’ tag

Hirst parla di Bacon: “Non si può non guardarlo”

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La Tate ha realizzato un filmato con Damien Hirst davanti allle Tre figure sotto la Croce di Francis Bacon. L’inglese è praticamente incompresnibile. Grazie a Cristina Barbetta che me ne ha fatta questa trascrizione

Ho incontrato Bacon per la prima volta nella libreria della galleria d’arte di Leeds.
Mi sono sempre piaciuti i suoi dipinti.
Quando ho incontrato Bacon per la prima volta stavo dipingendo ed ho quasi rinunciato a dipingere perché tutti i miei dipinti erano dei cattivi Bacon!
Il dipinto di Bacon che probabilmente mi piace di più è le Tre figure ai piedi della Croce, come in questo dipinto (Crocifissione 1965). Se lo guardi più da vicino si dissolve, è un dipinto astratto.
Ti fa pensare a quanto siamo fragili.
Questi sono probabilmente i miei dipinti preferiti di quando ero bambino: questi due: questo e questo…. La Crocifissione e …. E probabilmente la pala centrale è la più incredibile che io ricordi – Tre Studi per una Crocifissione 1962.
Penso che questi siano tutti dei grandi dipinti. Se li guardi da una certa distanza devi guardare la rappresentazione, e quando vai più vicino si dissolve, quindi sai che è la tua mente che ha creato il tutto, la mente dello spettatore, piuttosto che l’abilità dell’artista.
Questi dipinti hanno una grandissima forza, sono veramente incredibili e ti fanno pensare che siamo qui per un buon periodo di tempo, ma non per un lungo tempo.
I dipinti di Bacon sono sempre enigmatici, ti colpiscono in un modo positivo.
Ti scioccano sempre in un certo senso.
Come artista ho sempre cercato le scintille/gli inneschi universali. Gli artisti cercano sempre qualcosa che inneschi qualcosa piuttosto che un’interpretazione.
Dopo che ti sei allontanato fisicamente da un dipinto di Bacon, il dipinto rimane nella tua mente per un lungo tempo, per giorni, se non addirittura per anni.
A Bacon piaceva una mia opera, il Fly piece.
Ho cercato di fare un dipinto tridimensionale, perché ovviamente stavo pensando a Bacon.
Ho iniziato a dedicarmi alla scultura credo in relazione o in reazione con l’opera di Bacon.
Poi sono stato chiamato da questa galleria d’arte e mi hanno detto che Bacon è rimasto a guardare la mia opera (A Thousand Years 1990) per un’ora, ma non so se questo sia vero.
E poi Bacon ha detto: “Funziona” (riferito all’opera, n.d.t).
Penso che fosse un grande complimento per Bacon, che notoriamente non faceva elogi.
Amo molto il dipinto The Head 1947-1948 di Bacon.
L’ho visto la prima volta quando ero uno studente.
Mi ricordo di averlo visto e di avere notato l’orecchio. L’ho dipinto così tante volte che è diventato tridimensionale, come un vero orecchio.
Ero scioccato nel vedere che in origine un dipinto è bidimensionale, ma che può diventare tridimensionale…. e diventa un fantasma, è vivo, è morto e il dipinto ti chiama in un certo qual modo.
Non puoi guardarlo e allo stesso tempo non puoi fare a meno di guardarlo.
Penso che Bacon avesse questa visione molto scura, molto negativa del mondo.
Anch’io divento sicuramente più negativo quando guardo il mondo nel modo in cui lo guardava Bacon. Questo è il motivo per cui amo così tanto i dipinti di Bacon.
Le sue opere mi fanno pensare agli spazi che vedo negli incubi: per questo penso che sia grande.

Written by gfrangi

settembre 12th, 2011 at 9:15 pm

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Bonito Oliva batte Jean Clair (ovvero: perché amare l’arte contemporanea)

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«Jean Clair non chiede più all’arte di essere domanda sul mondo, ma piuttosto una conferma del già dato e del già vissuto. La sua è una sfiducia nel futuro, vede l’arte come una minaccia». Per me si potrebbe chiudere qui, con queste parole di Achille Bonito Oliva, la polemica estiva lanciata dal Corriere della Sera dopo l’uscita in Francia del pamphlet (non il primo) di Jean Clair contro l’arte contemporanea (L’hiver de la culture). Mi sembra che Abo colga la questione, che va oltre una valutazione dei valori in gioco, delle furberie mediatiche a cui tanti artisti oggi ricorrono, dei giudizi che la storia poi darà. La questione è più radicale e riguarda il senso di fare arte oggi, il nesso con la vita del mondo e degli uomini. La prospettiva di Jean Clair è una prospettiva ultimamente accademica, che chiude fuori dalla porta le convulsioni del mondo e mette l’arte in una sorta di riparo morale e intellettuale. Francamente la trovo una prospettiva poco interessante. Non mi interessa che un pittore dipinga bene, mi interessa che la sua pittura si giochi con la vita del mondo. Non mi interessa una prospettiva in cui l’approdo del fare arte sia il muro privilegiato di un qualche collezionista “ben educato” ai valori dell’arte (e molto sensibile a quelli del mercato).
Mi guardo bene da chi propone qualsiasi ricetta schematica, perché in questo modo viene precluso all’arte la sua vera ragion d’essere: che, come dice Abo, è quella di “essere domanda”. E può essere domanda un grande quadro di Lucian Freud, come l’immenso cuore d’acciaio smaltato di rosso di Jeff Koons (in alto, nell’allestimento a Versailles). E mi fa sempre molto pensare il fatto che Francis Bacon, artista sempre parco di sentenze, avesse individuato in Damien Hirst il proprio erede…
Post scriptum: spesso mi capita di girare oper musei e gallerie con i figli e amici dei figli. Mi ha sempre colpito come la “grammatica” dell’arte contemporanea demonizzata da Jean Clair faccia invece facilmente breccia nella loro curiosità e metta in moto pensieri ed emozioni, sepsso non banali. Immagino che questa accada per affinità di linguaggi e per quell’apertura al futuro di cui parla Abo.

Written by gfrangi

agosto 9th, 2011 at 8:21 am

Così parlò Kiefer, il saggio

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Anselm Kiefer rilascia un’intervista a Repubblica alla vigilia della presentazione della sua mostra alla Fondazione Vedova, a Venezia. Titolo: “Salt of the earth”. Il titolo deriva dal luogo dove espone: i Magazzini del Sale. E dà pretesto a Kiefer per un ciclo in cui la riflessione sulla potenza alchemica della pittura prende il largo. È l’intervista di un artista che non cerca spettacolarizzazioni della propria opera. E che quindi propone frammenti di vero pensiero. Come questo: ««Un artista è sempre alla ricerca di nuove forme, giacché si contrappone sempre all’ esistente, cercando ogni volta un nuovo ordine del mondo. Oggi però molti artisti sfruttano la ripetizione, riducendo l’ arte a semplice divertimento. La ripetizione è senza sorprese. Se io lavoro duramente alle mie opere,è solo per imbattermi di tanto in tanto in una sorpresa».
Kiefer liquida Damien Hirst come artista ostaggio del mercato, e assolve Maurizio Cattelan, come artista furbo ma capace di sorprese: «Io non cerco mai di provocare volontariamente il pubblico. Cattelan invece sì, anche se a volte i suoi risultati possono essere molto interessanti. A me, ad esempio, era molto piaciuta la sua Hollywood sulla discarica di Palermo».

Written by gfrangi

maggio 25th, 2011 at 6:51 am

I più e i meno di inizio 2011

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Più. L’intervista di Damien Hirst a Repubblica. «Quando sei un artista affermato puoi fare quello che vuoi ma devi sta attento a non perderti perché tutti dicono che quello che fai è magnifico, e non è vero. I grandi artisti devono essere in grado di cambia, di non fermarsi mai. I miei eroi sono Francis Bacon, Willem de Kooning, Joe Stummer, gente che non si è mai arresa… L’arte riguarda l’esserci qui ed ora. Cogliere il giorno. Cercare di cogliere la parte migliore del giorno».

Meno. Al museo del 900 dopo oltre un mese di apertura e 200mila visitatori nessuno ha trovato ancora il tempo di mettere le didascalie alle sale di Marino Marini. Il successo ha dato alla testa.

Più. Il Corriere raddoppia le pagine dedicate all’arte, la domenica. Da prendere come un segnale…

Meno. L’illuminazione del Duomo di Milano (visto ieri per la prima volta) dall’interno non mi convince. Viene trasformato in una scatola magica, una visione del tutto innaturale. Oltretutto la luce dei riflettori interni bombarda le vetrate e non agevola certo la visione. Imparagonabile l’effetto, caldo, dialogante che hanno le stesse vetrate viste dall’interno con la luce per la quale sono state pensate.

Più. Carlo Bertelli sul Corriere giustamente ironizza sulla mess’in scena per la presentazione del quadro di Tiziano a palazzo Marino. Un quadro « alquanto maltrattato dai restauratori, è stato spulito… Si esce avendo sorbito la più banale immagine del Rinascimento a Venezia grazie a un filmato in cui la scena veneziana è descritta dal nostro jet set femminile».

Written by gfrangi

gennaio 10th, 2011 at 8:42 am

L'arte dà spettacolo/1. Hirst sul porto di Monaco

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Grande mostra di Damien Hirst al Museo Oceanografico di Monaco (principato). Installazioni spettacolari dentro e anche fuori. Sul molto ha posizionato questa gigantesca donna incinta nuda. Facili simbologie a parte, non si può dire che Hirst non sia un mago nello sfilarsi sempre dall’ordinario. Enorme bambolona, con lo sguardo istupidito dal troppo di vita che l’ha travolta… qui le foto

Written by giuseppefrangi

marzo 31st, 2010 at 4:29 pm

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Hirst, scherzetti perfetti

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Qualche giorno fa i quotidiani si sono occupati dello scherzetto perfetto che un ragazzino inglese di 17 anni, noto solo con il soprannome di Cartrain, aveva fatto all’artista oggi più famoso (se la fama è da rapportare al valore delle oepre sul mercato) del mondo. L’artista è Damien Hirst, quello, per intenderdi che aveva messo uno squalo in formaldeide e che era stato lanciato negli anni 90 da Charles Saatchi. Cartrain ha violato il mito prima clonando l’idea di una sua opera famosa e miliardaria, “For the love of God”, un teschio tempestato di diamanti. Hirst lo aveva citato in giudizio, ottenendo la fine della perfomancce beffarda. Cartrain ha lasciato passare un po’ di tempo e poi ha consumato una vendetta nel suo stile: ha rubato le matite colorate di Damien Hirst, che eranmo state esposte come un’opera d’arte. Poi aveva affisso per Londra un cartello in cui minacciava di temperarle. La storia si è conclusa con l’irruzione degli agenti della squadra “arte e antichità” di Scotland Yard a casa di Cartrain per sequestrare l’oggetto del furto.

Dal provocatore e dissacratore Damien Hirst ci si poteva aspettare un atteggiamento diverso. Magari un po’ più di ironia. Così non è stato. Gli artisti sono ormai come star, prendere o lasciare.

Ma la storia non finisce qui, per fortuna nostra e di Damien Hirst. È di ieri infatti la prtesentazione della nuova mostra che l’artista inglese ha aperto in una città imprevista, Kiev, ospite di una fondazione la Viktor Pinchuk Foundation, che ha finalità sociali, in quanto si occupa del recupero di ragazzi border line e colpiti dall’Aids. Hirst ha annunciato di aver donato 400mila euro alla fondazione (il che può essere una operazione di marketing personale), ma, quel che più conta, ha montato una mostra che sgombra ogni equivoco sulla sua statura. Tra le sale c’è anche un trittico che fa sobbalzare dalla sedia chi sente il vuoto lasciato da un gigante dell’arte come Francis Bacon. Del resto era stato proprio Bacon, prendendo tutti in contropiede, a designare il giovanissimo Hirst, visto in una piccola galleria londinese, come suo erede. Ora si capisce quel che Bacon aveva visto in Hirst. Le vie dell’arte a volte sono complicate e piene di interrogativi, ma a volte per fortuna riservano grandi sorprese.

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Written by giuseppefrangi

settembre 15th, 2009 at 11:35 am

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La grande arte che ti fa dire “cazzo, cos'è"

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«Che cos’è la grande arte? La grande arte è quella che ti fa fermare quando giri l’angolo e dire, “cazzo, cos’è?” È quando ti trovi davanti ad un oggetto col quale hai un rapporto personale fondamentale, stretto e capisci qualcosa sull’essere vivi che non avevi mai capito prima». Sono parole di Damien Hirst tratte dal suo Manuale per giovani artisti (un bellissimo, selvaggio libro generazionale). Ho intercettato queste parole leggendo una relazione di Beatrice Buscaroli, curatrice con Luca Beatrice del padiglione italiano della Biennale testé aperta. I giudizi ingiuriosi che accompagano questa citazione (per la quale d’istinto le avrei fatto i complimenti) evidenziano una cosa: che la critica cerca ossessivamente di rifugiarsi in uno schema, mentre l’arte scappa dagli schemi. Il libro intervista di Hirst è zeppo di intuizioni critiche fulminanti (vi si leggono alcune delle cose più acute che siano state dette su Bacon), ma soprattutto non si “lascia prendere”.  Colpisce e scappa via. Prima ti persuade e il passo dopo ti spiazza. Invece la critica “biennalica” ha la sola preoccupazione di mettere in ordine le cose, di mettere paletti e punti fermi (del tipo: qui è arte e qua no), di stabilire canoni estetici dentro i quali non sentirsi persi.  Una sorta di grande anestesia esperienziale.
Meglio ammettere che i conti non sempre tornano (anzi quasi mai). Quel “cazzo cos’è” di Damien Hirst è ancora l’esperienza più bella che l’arte ci riserva. Non sapevi, non prevedevi e ti trovi investito da un’evidenza che ti scuote e ti resta incollata in testa. Ad esempio io ho sempre in testa l’agnello di Damien Hirst sigillato dentro quella teca tabernacolo alla mostra di Napoli di qualche anno fa. Un po’ Zurbaran e un po’ Bacon: con la purezza di un Agnus Dei riemerso dalla profondità della storia.

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«Francis Bacon dipinge un ombrello del cazzo e ti caghi addosso. Dopo avrai sempre paura degli ombrelli. È un artista, uno scultore, un pittore. È l’ultimo bastione della pittura. Prima di allora la pittura sembrava morta. Completamente morta» (Damien Hirst)

Written by giuseppefrangi

giugno 5th, 2009 at 10:20 pm

Fontana mano volante

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fontana1Bella, intelligente, precisa la mostra che il museo di Mendrisio ha dedicato a Fontana (1946-1960, il disegno all’origine della nuova dimensione; a cura di Simone Soldini e Luca Massimo Barbero). Una mostra sobria, “necessaria” che attraverso lo scavo nei materiali della Fondazione Fontana, documenta il momento cruciale della più importante esperienza artistica del secolo, in Italia. Nel piccolo, ironico doppio Autoritratto del 1946 con cui si apre il percorso, si vede in primo piano un Fontana sconsolato e quasi accasciato e alle sue spalle l’altro Fontana, illuminato dal guizzo dell’“idea”. È come un passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo. L’idea si fa strada su piccoli foglietti fruscianti, senza nessuna ambizione estetica. È l’arte che entra in un territorio nuovo mai percorso. Si sente l’ebrezza dei primi passi caracollanti nello spazio, proprio come quelle degli astronauti che di lì a poco avrebbero cominciato le loro “danze”. Vediamo grandi bolle colorate navigano nei confini della carta come tuorli di uova concettuali. E poi le intuizioni semplici, i buchi, i tagli, prima timidi, quasi esitanti, poi sempre più certi e solenni. Si avverte il punto “genetico” di un’idea, di una di quelle idee da cui non si torna indietro. «Da questo momento entra sempre più in me il convincimento che l’arte aveva concluso un’era, dalla quale dovevano salirne attraverso nuove esperienze che evadessero completamente dal problema pittura scultura» (Fontana nell’imprescindibile Autoritratti di Carla Lonzi).

Come Duchamp Fontana ha il grande pregio di non caricare mai di retorica nessun suo passo. È quasi discreto e delicato nel portare più in là la barra. E nessuno direbbe che tra quei graffi su centinaia di foglietti stava prendendo forma un’idea epocale. Neanche adesso lo si direbbe, che pur sappiamo com’è andata a finire…
Non perdetevi il big bang di Fontana in quel di Mendrisio (c’è tempo sino al 14 dicembre).

La “mano volante” del titolo la devo a Fanette Roche-Pézard che così chiamò la mostra dei disegni di Fontana al Beaubourg del 1987.

Leggi anche il pensiero di Damien Hirst su Fontana, dal catalogo della mostra genovese.

Written by giuseppefrangi

novembre 12th, 2008 at 11:48 pm

Fontana, dove meno te lo aspetti

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Due belle mostre intelligenti e insolite dedicate a Lucio Fontana. Una a Mendrisio, l’altra a Genova. In preparazione alla visita, ecco un pensiero su Fontana che non ti aspetti (specie riferendosi a chi lo ha avuto)

«Quando Jackson Pollock faceva colare il colore dal pennello, ci sembrava che il mondo così come lo conoscevamo fosse cambiato per sempre. Lo stesso vale per Fontana, le sue aggressioni e le sue profanazioni da un lato si possono considerare infantili atti distruttivi e dall’altro un inno alla vita, esplosioni cosmiche o danza insolite ma stupende. Con le sue traiettorie nello spazio e nel tempo, Fontana parla al bambino che è dentro di noi, ci ricorda che per quanto complicata sia la nostra vita, ci salva la bellezza che si trova dove meno ce lo aspettiamo, e questo è l’importante perché come diceva Brancusi “quando non si è più bambini si è già morti”».

Sarebbe da fare un quiz sull’autore. Ma è troppo difficile e quel riferimento a Pollock spiazza dal punto di vista generazionale. È niente meno che Damien Hirst, un artista da gossip che ha uno sguardo intelligente come pochi sull’arte. Leggete il suo Manuale per giovani artisti.

Written by giuseppefrangi

ottobre 29th, 2008 at 9:14 pm

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Scherzi da Hirst

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Noto solo ora la coincidenza. Il 15 settembre mentre la banca Lehman & Brother dichiarava fallimento, Damien Hirst sbancava Londra, con la sua asta personalizzata da Sotheby’s. Alla fine della serata il totalizzatore si è fermato a 111.460.000 sterline. Ironia della sorte, tra i tesori di Lehman c’è (o meglio c’era) anche una grande collezione d’arte moderna, dove non manca nessuno, nemmeno lo stesso Damien Hirst. Ars mea, mors tua.

Written by giuseppefrangi

settembre 23rd, 2008 at 9:53 pm

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