Robe da chiodi

Oggi 12 settembre

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Testori a Ravenna. Ovvero, Testori nella giusta prospettiva

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Uno scrocio della sala dedicata a Morlotti

Vista la mostra su Testori a Ravenna. Ecco qualche prima sommaria valutazione.
È una mostra che riesce ad essere compatta nonostante l’arco temporale che deve coprire e la diversità di esperienze e di personaggi che in qualche modo hanno fatto capo a Testori critico e storico dell’arte. Il merito va Claudio Spadoni che ha saputo tenere in pugno la regia senza cedere a compromessi che avrebbero aggiunto poco e avrebbero reso confuso il percorso disorientando il visitatore. In mostre come queste tener presente l’occhio di chi verrà a vedere è preoccupazione giusta e costringe a render chiaro se stessi l’obiettivo. Tante altre volte abbiamo visto Testori in melassa testoriana, qui per fortuna vediamo un Testori affrontato con lucidità intellettuale.

La mostra è anche una mostra ricca, nel senso che è alta la qualità di gran parte delle opere esposte, e nel senso che tante sono le sorprese che il percorso riserva. Soprattutto il percorso non è affatto monocorde: un dato che fa pensare e che sgombra il campo dal “testorismo”…

Il percorso. Apre con il colpo di scena dell’Apocalisse, il grande ritratto (5 metri di base!) che Varlin fece a T. Si intrattiene fugacemente sul nodo culturale degli anni 40 (tra Matisse e Manzù: belli i disegni delle Erbe). Poi si incammina in modo classico e ben recepibile in senso cronologico. Foppa (l’inizio di tutto, lo si guarda con ammirata gratitudine) e Romanino danno il via. Manca il grande Spanzotti, ma c’è un Gaudenzio giovanile che fa per lui… Poi il primo piano segue con 600 e 700, con la lucidità di Tanzio che tiene banco e con il grande cuore di Ceruti che attraversa i secoli: il suo Pellegrino a riposo, che viene dalla Fondazione Longhi, sembra un quadro dipinto per parlarci oggi. Non c’è nessuna paura del tempo in lui. Solo pienezza umana. Il meno per Ceruti diventa un più.
Il secondo piano balza all’800, partendo da Géricault, passando per Courbet per poi transitarci nel 900 con la Nuova Oggettività e un po’ di Novecento italiano. Poi lo snodo svizzero di Varlin e Giacometti. In queste sale lasciano il segno i due Gruber, tesi e come attraversati da un vento di vetro.
Il terzo piano si apre con una sobria selezione di ritratti a Testori (testimonianza dei sodalizi umani che il suo essere critico comunque originava: qui è meraviglioso il ritratto al Testori malato di Rainer Fetting). Segue la “banda” dei tedeschi che negli anni 80 avevano riacciuffato il filo perduto della pittura. Poi arriva il colpo maestro di una grande sala morlottiana, in cui si dimostra quanto sia impropria la dimenticanza calata sul grande lecchese.

Bacon, After Muybridge, man on a rowing machine, 1952

Nelle ultime sale Spadoni ha messo in scena un cannocchiale prospettico che vede da una parte la “larva” del vogatore di Bacon e dall’altra il sigillo di Caravaggio: un’ottima idea che permette, senza muoversi, di percepire il legante tra quelle due figure caposaldo del mondo di Testori. Su quell’asse, oltre alla sala morlottiana, si apre che una sala che ripropone il ritorno della pittura degli anni 80, ancora con (tra gli altri) Fetting, Hoddicke e Paladino e Cucchi. Chiude un malinconico, stupendo, straziante Guttuso: Passeggiata nel giardino di Velate (1983). Un quadro che resta innamorato della vita, nonostante la vita sfugga… Ed è un quadro che invita a passare alla sala finale, dove con un colpo di teatro Spadoni ha scelto di raccogliere cinque artisti totem di Testori, già visti in mostra, ma qui radunati come per un crescendo finale, al massimo registro: la scossa elettrica del Caravaggio collezione Longhi, si accompagna a Giacometti (il dottor Corbetta, dottore anche di Varlin…), Bacon di nuovo, alla inarrivabile Erodiade di Del Cairo (da cui l’avventura del Testori critico aveva preso il via), alle Bagnanti di Morlotti (1988), vero sorprendente colpo al cuore, grande quadro costruito di tra e di sole.

Punti deboli. Ne ho riscontrati solo un paio: troppo esangue rispetto alla centralità che ebbe per Testori la sala di Gèricault. E nella sala della Nuova Oggettività manca il perno: che non poteva essere altro che Christian Schad (ma degli anni giusti).

Il catalogo. Bello nella parte dei saggi, specie i tre più storicizzanti di Davide Dall’Ombra, di Claudio Spadoni stesso e di Marco A. Bazzocchi. Deludente invece nella parte delle schede. Era molto meglio seguire il percorso della mostra piuttosto che presentare gli artisti un po’ scontatamente in senso cronologico (per altro scorrendo il catalogo si capisce come il “flusso” non organizzato avrebbe generato grande confusione nei visitatori. E quindi indirettamente si apprezza ancor di più la mostra). Certo che le riproduzioni…

Qui le immagini della mostra sala per sala.

Written by gfrangi

febbraio 19th, 2012 at 12:33 pm

Buoni e cattivi pensieri domenicali. Giacometti, Tiziano e Morlotti

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Giacometti disegnava con gli occhi. Ho letto questo ricordo di Diego Giacometti sulla morte del fratello Alberto, nel libro di George Did-Huberman Il cubo e il volto: «Ho visto morire Alberto, ero al suo capezzale, gli tenevo la mano, Alberto mi guardava o meglio scrutava i contorni del mio viso, mi disegnava con gli occhi come lui faceva e trasponeva in disegno tutto quello che guardava». Bellissimo. Anche in quel momento estremo Giacometti non scappa dal suo destino.

Parossismi giornalistici. Oggi il domenicale del Sole dedica ben tre pagine a una mostra che definire mostra è davvero uno sproposito: è l’appuntamento ormai consueto che Milano per Natale propone a Palazzo Marino con un’opera singola. Dopo Caravaggio e Leonardo quest’anno è il turno di Tiziano con La donna che si specchia. Il quadro arriva dal Louvre, è un bel quadro ma certo non una delle opere memorabili del genio veneziano. Chiaramente le tre pagine sono pubblicità redazionale, con lo sponsor che viene allo scoperto nell’articolo finale. Ma tant’è: i lettori hanno la sensazione di avere davanti un appuntamento immancabile… E si metteranno tutti in coda… Notate bene, che lo stesso quadro di Leonardo arrivato lo scorso anno dal Louvre (il San Giovannino con il dito alzato, meglio noto come il “pollastrone”, secondo la memorabile definizione di Gadda), è in mostra in queste settimane al Bargello (dove vengono presentati gli stupendi bronzi del Battistero di Rustici che nessuno se ne sia accorto.

Sia gloria a Morlotti. Ieri visita guidata alla mostra di Lecco. Che dimostra di tenere straordinariamente nel suo dispositivo capace di riaccendere gli spazi di quella che fu per 20 anni la casa di Alessandro. L’apice della mostra è nella sequenza degli 11 Adda di Morlotti. Sono quadri in cui per una specie di stato di grazia l’informe del naturalismo si coagula in immagini di una chiarezza folgorante. Una chiarezza che si fa via via più netta man mano che Morlotti avanzava nelle sue mediazioni. Negli ultimi il colore si consolida come si trattasse di tasselli di smalti e di pietre preziose. L’affondo nel magma naturale produce una riemersione tutta splendore e lucidità. Non c’era miglior modo di rendere omaggio a Morlotti  a 100 dalla nacita. Non perdetela!

Written by gfrangi

novembre 28th, 2010 at 8:55 pm