Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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Corti circuiti su Gaudenzio

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Alle 10,30 di mattina (orario insolito) a Casa Testori un incontro molto insolito. Con Elena De Filippis, direttrice del Sacro Monte, e con Angelo Barone, artista, fotografo, insegnante, abbiamo presentato i lavori di tre giovani artiste e fotografe fatti sulle due sculture del Sacro Monte esposte a Casa Testori ad aprile scorso. Due capolavori, che per una volta era possibile vedere a tu per tu. La domanda di partenza era questa: cosa fanno scattare due sculture così fisiche, così realistiche, così drammaticamente dialettiche, così drammaturgicamente opposte e complementari, nello sguardo creativo e libero da ogni preoccupazione filologica di tre artiste (tutte donne non per scelta ma per caso) ventenni o poco più? Angelo Barone le ha seguite nel lavoro, spingendole soprattutto a non proteggersi con qualche discorso preventivo. Quindi ad agire con un vero confronto, con un’indagine attenta, approfondendo passo a passo le ragione del proprio sguardo. I lavori di questo anomalo “workshop su Gaudenzio Ferrari” li potrete vedere sino al 23 luglio a Casa Testori. Sofia Bersanelli ha immaginato un percorso di dieci immagini in cui segue l’ipotesi di un dialogo che avrebbe potuto esserci ma che non c’è stato tra il soldato e Gesù. Elisabetta Polelli, senza conoscere il DNA del Sacro Monte, ha agito sull’integrazione tra scultura e pittura: con il manigoldo rappresentato da due calchi del braccio e del busto e con Cristo invece fotografato come dipinto su una tela di lino. Infine Giulietta Riva ha agito per coppie di close up ravvicinatissimi: dettagli che dilatano a dismisura la superficie corporea.
Non è un punto di arrivo questo. È un punto di partenza per capire come riagganciare una meraviglia antica a una generazione che parla una lingua dai meccanismi affascinanti e misteriosi. Certamente si è aperto un dialogo, anche se più che un dialogo può sembrare un corto circuito.

Il valore dell’aggettivo per la storia dell’arte

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Presentazione de Il gran teatro montano a Novate, alla biblioteca comunale, con Alberto Rollo, Davide Dall’Ombra e naturalmente Giovanni Agosti. Il tema del fare storia dell’arte oggi è stato al centro della bellissima riflessione di Agosti. Mi sono segnato questo passaggio, riscritto da miei appunti.

La ricomposizione del Polittico di Sant’Anna, dipinto da Gaudenzio tra 1508 e 1509, che Testori propone, aggiungendo agli elementi custodito alla Galleria Sabauda due pezzi che sono alla National gallery di Londra, a Testori stesso viene così, d’intuito, senza bisogno di approfondimenti né di riscontri. E nessuno poi l’ha più messa in discussione. Questo mi porta a un breve inciso: se io ho un idolo polemico è quella frase di Federico Zeri, quando sosteneva di non avere tempo di vegliare la notte per scegliere un aggettivo. È come se il problema di Longhi fosse esclusivamente un problema dannunziano; era “anche” un problema dannunziano, come lo è anche in Pier Paolo Pasolini. Invece sono convinto che certi aggettivi sono portatori di storia tanto quanto un’attribuzione. Forse anche di più.
La scrittura nei testi critici è un aspetto che mi ha sempre colpito in Testori, sin da quando ero studente; ricordo che le persone con cui studiavo non apprezzavano e non ritenevano importanti i suoi scritti d’arte. Era una cosa che mi dava disagio come credo sentisse disagio Testori rispetto allo sviluppo metodologico che nel campo degli studi di storia dell’arte aveva preso il sopravvento negli ani 70: di quella che continuo a pensare sia la migliore storia dell’arte di quegli anni, cioè quella di Paola Barocchi con il suo metodo di rileggere i testi, quella di Gianni Romano con le ricerche sui territori, o le inattuali e sontuose letture storico crtiche di Alessandro Ballarin: ebbene Testori non ha posto lì dentro, mentre sino agli anni 60 si era trovato dentro una storia dell’arte di cui lui si sente coprotagonista.
A proposito dell’apparato fotografico del Gran teatro montano. Testori aveva scelto le immagini con un intento preciso di creare una costruzione parallela rispetto al libro, che ricordiamolo, è un libro che nasce da un fallimento ammesso: averbbe voluto monografia su Gaudenzio Ferrari, non sente di non farcela e quindi pubblica una raccolta di saggi (ma può essere che tutto fosse solo un espediente letterario…) La suite di immagini di Testori è quindi una serie di foto in bianco e nero che non rappresentano una sequenza di una monografia tradizionale, ma è fatta secondo la sequenza dell’ordine delle Cappelle del Sacro Monte. Quindi non sono disposte secondo la cronologia di Gaudenzio ma secondo la cronologia del racconto evangelico. Testori aveva voluto un apparato coerentemente “sacromontano” ed è un aspetto che mi ha sempre molto colpito.
In questa nuova edizione è stato aggiunto u inserto fotografico a colori per restituire un’immagine più attuale del Sacro Monte. Ho un debole per le testatine in cima alle pagine che possono dare un surplus di senso. Da questo punto di vista sono memorabili quelle dell’Officina Ferrarese di Longhi del 1934: un modello che ha sempre informato il mio modo di lavorare. Così ho pensato che quell’esperienza potesse essere replicata anche negli inserti fotografici del nuovo teatro montano. Sono testatine apocrife con un titolo, Appunti per un poema fotografico, che è lo stesso che Pasolini aveva dato all’atlante fotografico che accompagna la Divina mimesis, la riscrittura della Divina Commedia che non portò mai a termine e che uscì poco dopo la sua morte.
(Aggiunta mia: stupende le testatine per la cappella della Crocifissione, “Il cinema italiano del 500”, e quella del buon ladrone di Gaudenzio, “Stracci,ovvero questa sera sarai con me in Paradiso”)

Written by gfrangi

aprile 17th, 2016 at 7:47 pm

Servillo e l’Angelo di Gaudenzio

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È stato grande Toni Servillo davanti alla parola di Testori. Vi si è accostato non per dirla, per recitarla, per esserne strumento. L’ha presa con cautela, guardandosi dal non caricarla mai di espressioni sovrapposte. La leggeva quasi con cautela, lasciandola scorrere, quasi che quella parola avesse un ritmo suo proprio. Ogni tanto se ne allontanava, come per lasciarla respirare e depositare. Girava intorno al leggio, si voltava trasformandosi in uno del pubblico, assorbito dalle immagini del Sacro Monte che s’alternavano sul grande schermo.
Mi ha suggerito Luca Doninelli che quella di Servillo è stata una lettura mozartiana. L’aggettivo mi sembra perfetto. Mozartiana perché straordinariamente capace di andare dentro le cose, arrivarne al cuore, sempre con leggerezza.
Di Testori si leggevano soprattutto pagine del Gran Teatro Montano. Un libro voluto da Gian Giacometti Feltrinelli, un libro bellissimo in tutto, in particolare nella sua volontà di essere popolare nel formato, di essere pensato per non mettere in soggezione nessuno. Il Sacro Monte è tesoro di tutti.
Sono pagine che conquistano, come conquista la parola che ti rende immediatamente familiari mondi di cui non sospettavi la bellezza. Sono pagine che sanciscono la meravigliosa grandezza tutta orizzontale di Gaudenzio. Una grandezza alla portata di ogni sguardo e di ogni cuore. L’immagine dell’Angelo annunciante, con il primo piano del volto, sul grande schermo è un’immagine che s’incolla con tenerezza alla memoria. La forza di Gaudenzio è quella di cercare un’arte vivente, non solo vissuta. Un’arte che sembra aver di suo addirittura il respiro, il fiato.

Un secondo pensiero riguarda questi scambio tra Napoli e la Lombardia, questa speciale consanguineità dialettale, nel senso di una lingua che si ritaglia sul corpo e sulla vita. Tanzio a Napoli e Servillo a Milano. Testori ed Eduardo. C’è un fil rouge anti centralistico, una dimensione di cultura che, per dirla con Papa Francesco, odora ancora di popolo.
Grazie a Giuseppina Ca rutti per la serata. E ad Ale Frangi per la foto.

Qui alcune delle interviste rilasciate da Servillo in occasione della lettura testoriana.
Avvenire
Corriere
Repubblica

Written by gfrangi

dicembre 3rd, 2014 at 6:41 am

Epifania, il Re di Gaudenzio è come un fratello

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Gaudenzio Ferrari, Cappella dei Magi, particolare di uno dei Re. Sacro Monte di Varallo, Cappella 5

Se c’è una cappella del Sacro Monte di Varallo che mi ha sempre colpito e commosso è quella dei Magi, all’interno del complesso della Natività. Ragionando, ho trovato alcune spiegazioni per questa “preferenza”. Innanzitutto è geniale la strategia che Gaudenzio Ferrari segue per farci partecipare all’evento: la disposizione della cappella è laterale e non frontale rispetto al visitatore. Così, entrando nel complesso, ci sorprendiamo a camminare avendo al fianco il corteo dei Magi, che sono alla nostra sinistra, divisi da noi solo dalla lunga grata-balaustra (che forse una volta neppure c’era). Siamo noi parte di quell’avvicinamento guidato dalla stella. Quel senso si essere parte viene favorito dalla festosità dell’insieme di sculture ed affreschi, che sembrano sollevare un’onda che ci avvolge. Del resto quella di Gaudenzio un’arte amorosamente espansiva, un’arte che si allarga e non sta mai in se stessa. È arte che nasce per essere condivisa. Se ne avessimo dubbi, basta aspettare, qualche passo più in là, il vero colpo di scena di Gaudenzio. Infatti, entrati nel cuore del complesso della Natività scopriremo di avere a sinistra il primo dei Magi, che arrivato alla meta si sta togliendo il turbante, e punta lo sguardo verso la grotta con Giuseppe, Maria e il Bambino, che sta alla nostra destra. Noi, insomma, siamo in mezzo al raggio di quello sguardo. Più partecipi di così…
Infine c’è l’immagine davvero memorabile di quel Re che si toglie il turbante, un insieme di dolcezza, di semplicità, di umiltà che non ne inficia la regalità. Per Gaudenzio non esiste un’umanità alta e una popolare, così anche il Re arrivato al cospetto del Bambino ha lo stesso sguardo stupito, semplice e grato del pastore (sembra addirittura di scorgere un occhio umido…). Mi viene così in mente una stupenda osservazione fatta da don Giacomo Tantardini nel corso di una Meditazione natalizia del 2006: i Magi si muovono per un semplice indizio (la stella), lo seguono, ma ad un certo punto ne perdono la traccia. E allora ricorrono allo stratagemma più umano che ci sia: domandano. Domandano dove fosse quel Bambino, domandano persino ad Erode… Naturale che una volta trovata una risposta alla domanda posta, si sia pieni di gratitudine. Forse questa è la ragione per cui quell’immagine del Re che si toglie il turbante è un’immagine che rimane così profondamente impressa nel cuore.

Written by gfrangi

gennaio 6th, 2013 at 10:04 am

La politica fa man bassa al Sacro Monte di Varallo

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Dal primo gennaio Elena De Filippis non è più direttrice del Sacro Monte di Varallo. Un golpe della politica (in questo caso di marca leghista) ha tolto di mezzo una figura che per la sua competenza e per la sua passione rappresentava una garanzia per un monumento affascinante e delicato come il Sacro Monte: basta vedere il recupero delle Cappelle della Natività portato a termine lo scorso anno (nell’Immagine la “nuova” cappella dei Magi). Nulla hanno contato tanti appelli, con decine e decine di firme di studiosi di tutte le appartenenze culturali e ideologiche. Nulla ha contato la lettera di tre storici e autorevoli sovrintendenti. A nulla è valsa la posizione della chiesa che sul Sacro Monte dovrebbe pure una voce in capitolo (anche se la proprietà delle cappelle è del comune di Varallo, oggi a guida leghista): i padri del santuario e i responsabili della diocesi di Novara hanno preso la parte della De Filippis, ma invano. Tra tante casi di cattiva gestione della cultura in Italia, quella del Sacro Monte poteva essere additato come caso scuola positivo, perché ha sempre saputo tenere insieme conservazione, studio, rispetto della natura religiosa del luogo e anche ricerca di nuovo pubblico. Dall’altra parte invece c’è un progetto bislacco che riduce il Sacro Monte a circo, a set da tevendite pur di poter portare su qualche pulman di turisti in più. Una visione che fa ripiombare il Sacro Monte in un orizzonte tutto provinciale, contro il lavoro fatto negli ultimi 50 anni per ridargli il posto che merita nel novero dei grandi monumenti della storia dell’arte italiana.
Personalmente, conoscendo la De Filippis, sono sempre rimasto colpito dal suo equilibrio nel tener presenti i fattori artistici, quelli conservativi e quelli devozionali. Per fare un esempio: quando a restauro concluso della cappella della Crocifissione, vero capolavoro dell’arte italiana del 500, venne deciso di chiudere l’accesso al pubblico, la De Filippis studiò un dispositivo che permetteva attarverso alcune bussole di vetro ai visitatori di entrare comunque di qualche metro nella cappella, per non perdere quel senso di partecipazione che è così importante nell’arte di Gaudenzio.Non solo, all’interno delle bussole aveva fatto disporre degli inginocchiatoi proprio per rispettare la natura religiosa del luogo e per venire incontro a chi concepisse la visita come un momento di preghiera: lì ci salgono in ugual misura appassionati e pellegrini. Una scelta che mi sembrò indicativa di una sensibilità non comune.
Ora si azzera tutto. Tra vincitori e vinti, chi esce sicuramente sconfitto è il Sacro Monte. La politica di accorpamento di tutti i Sacri Monti (l’ente regionale è stato affidato a Giacomo Gagliardini, varallino, voluto dal sindaco) è certamente una sconfitta per Varallo, Sacro Monte portato alla para degli altri. Già non capirne l’unicità è sintomo di quanto sia sbagliata questa operazione.
Ps: Intanto per far capire che non è una polemica di parte: qui c’è un elenco degli interventi attuati al sacro Monte negli anni di gestione De Filippis. Giudicate voi

Written by gfrangi

gennaio 9th, 2012 at 9:19 am

L’uovo di Gaudenzio

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Pareti di un cielo azzurro, striato di biancori,  molto domestico, uno sviluppo per piccole sale, arrampicate in quella che un tempo era la casa Parrocchiale e che Claudio Cavadini ha trasformato in un museo lindo e civilissimo. La Pinacoteca Züst di Rancate accoglie la mostra sul Rinascimento nel Ticino, curata da Giovanni Agosti, Marco Tanzi e Jacopo Stoppa. L’accezione di Ticino va ovviamente oltre il Cantone, ed è così che tra le opere esposte ne è arrivata una commovente e spiazzante che arriva da Morbegno. È una tempera di Gaudenzio Ferrari (la paternità è stata riconosciuta da Giovanni Romano), riemersa da un delicato restaturo, che ne ha salvato il disegno, la disposizione spaziale, cioè l’intuizione creativa “scattata” in Gaudenzio. Il soggetto è la Nascita di Maria. La prima cosa che colpisce è la disposizione circolare; il centro della tela è libero, e attorno ruotano i protagonisti, ciascuno intento ai suoi compiti. Quel vuoto in realtà è come un perno, attorno al quale si svolge una danza pacata: la danza della quotidianità. Colpisce come il niente a cui è ridotta la pittura di Gaudenzio esprima ostinatamente un senso di pienezza. È come un frammento di umanità compiuta, nel senso più profondo del termine. Umanità calma, che raccorda visibilmente ogni gesto ad un destino in cui è chiuso il senso di tutta la vita, non solo di quest’attimo. La costruzione circolare esprime questo ritorno rituale delle cose di ogni giorno; ma nello stesso tempo le iscrive in un ordine, le lega in un disegno unico (e Gaudenzio con il suo disegno sembra rimandare al disegno giusto del Padreterno).

Infine notate quale preziosismo nella banalità: Sant’Anna, nel letto dove ha partorito, sta riprendendo forze mangiando un uovo (se l’uovo è elemento che per forza deve avere qualche valenza simbolica, qui non c’è da arrampicarsi sugli specchi: Gaudenzio ci dice che la perfezione non è estranea alla quotidianità).




Written by gfrangi

ottobre 10th, 2010 at 11:04 am

Testori decapitato dalle figure

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È uscito in libreria una nuova edizione del Gran Teatro Montano.  Ne parla Avvenire in apertura dell’inserto culturale. La scelta davvero curiosa è quella di pubblicare il più bel libro d’arte di Testori senza le immagini relative. Può essere che la cosa sia stata dettata da ragioni di budget, dato che l’editore è un piccolo editore; anche se in realtà si è scelto di mettere altre immagini, quelle di uno scultore con cui Testori per altro ebbe a che fare negli ultimi anni della sua vita, Ilario Fioravanti. Siamo alle solite. Una cultura editoriale un po’ da strapazzo interviene su un libro importante come questo con criteri faciloni e del tutto arbitrari. Per Testori la scelta delle foto nei libri contava quanto i testi. Passava le ore e le giornate a seguire la realizzazione e il taglio delle immagini. Arrivo dire che certi autori esistono per il modo con cui Testori li ha fatti fotografare: penso a Beniamino Simoni, il grande scultore camuno, al quale dedicò un libro meraviglioso edito da un piccolo editore, la Grafo di Roberto Montagnoli (il problema evidentemente non è essere piccoli o grandi; è essere un buon editore o no…).  La campagna fotografica, che ancora ho stampata negli occhi, era stata fatta da Franco Rapuzzi. Sullo stesso Simoni uscì qualche anno dopo un libro scritto da Fiorella Minervino e fotografato senza “occhio” e senza cura: un libro che ha ridotto a figurini sdolcinati gli eroi furiosi di Simoni.

Oggi tocca a Gaudenzio. Eclissato visivamente proprio nel libro che l’aveva consacrato.  Quanto a Testori, paga un’altra volta un approccio tutto letterario ed estetizzante, con un’edizione che è il contrario di quella grande operazione di alfabetizzazione artistica che era stata nella sua chiarezza, nella sua eleganza e nella sua accessibilità l’edizione di Feltrinelli di 45 anni fa. Il testo in quel libro era un tutt’uno con l’apparato iconografico, espressione di una stagione straordinaria della fotografia d’arte, chiamata a raccolta per l’occasione: da Pizzetta a Lazzari, da Rampazzi a Reffo… Oggi è un testo decapitato.

Qui sotto la bellisima cover dell’edizione del 1965, disegnata da Ugo Brandi.

Written by giuseppefrangi

giugno 11th, 2010 at 7:05 pm

Che notte con Gaudenzio!

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Serata di rovesci a Varallo. Sul piazzale del Sacro Monte con Valter Malosti a preparare una serata su cui si riverserà la tempesta. La voce riempie lo spazio, che è fatto per essere abitato dal calore degli uomini. L’occasione è l’inaugurazione delle bussole alla cappella della Crocifissione: soluzione un po’ rude, ma efficace per tornare “dentro” quella cappella che resta una delle cose più emozionanti che si possano vedere. L’inginocchiatoio e le tende per stornare i riflessi, restituiscono uno stile di fruizione antico, ma quanto adatto a questo luogo. Un luogo che ti fa palpitare il cuore, con quella giostra di figure a 360 gradi che ti fan sentire subito un amico. È un grande capolavoro inclusivo, questo di Gaudenzio. Fuori si sentono le parole di Testori, che riempiono il piazzale come fossero arrivate esattamente a casa loro: «…storia di carne, storia, intendo di una carne che si fa creta, pur restando carne»; «quest’evento dove, come non mai, l’intridersi, l’identificarsi della materia dell’arte nella materia della vita, e di questa in quella, per uno scambio che ha il calore dell’umano respiro, si fa materia unica e sola».

buonladroneMi chiedevo che cosa avesse la cappella della Crocifissione di diverso da tutte le altre Crocifissioni. E mi sono dato questa risposta: qui dentro respiri la certezza che questo non è l’ultimo atto. Il popolo di Gaudenzio è fatto, fisicamente fatto, della consapevolezza che una festa attende tutti, dopo l’atto tragico. È una persuasione che leggi nei volti, dipinti o scolpiti, e che immediatamente ti conquista. Verrebbe voglia di rileggere la storia di quel popolo contento che al rintocco delle campane sciama per le strade ad aspettare il cardinale Federico nella più bella pagina dei Promessi Sposi. Eppure questa è una Crocifissione…: «il cuore di un uomo che ha perforato ogni estetica con l’onda piena e immensa di una coscienza fattasi amore». Grazie Gaudenzio (e a chi non ci fosse ancora stato raccomando: è uno spettacolo che umanamente non si può perdere: nell’immagine il Buon ladrone – di creta o di carne?).

La serata si chiude in bellezza, con un manipolo di felici coraggiosi, la voce di Valter che riempie di dolcezza la notte tempestosa, le immagini immense che corrono proiettate sul grande muro della cappella della Crocifissione. Si capisce che può essere l’inizio di un bellissimo film…

Written by giuseppefrangi

luglio 6th, 2009 at 10:01 pm

Le spalle immense di Niccolò (e quella aguzze di Mazzoni)

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niccoloAlla fine sono riuscito a vedere la mostra su Guido Mazzoni e Antonio
 Begarelli a Modena. Mi ritrovo nella mia idea: che Mazzoni sia soprattutto un fenomeno
 di straordinario eclettismo. Il senso popolare dei suoi compianti viene in seconda 
istanza: insomma poco a vedere con il Gaudenzio del Sacro Monte. Avendo
 visto la mostra posso essere più esaustivo nella mia ipotesi. Infatti 
in apertura ci troviamo di fronte l’“immenso” San Domenico di Niccolò dell’Arca,
 proveniente dal Museo della chiesa di san Domenico di Bologna. Una scultura di una presenza colossale, con una carica patetica che riempie da sola la grande sala. I grandi occhi che sprofondano nel breviario aperto, sono un condensato di umanità: c’è un senso di calma, c’è un senso quanto mai vasto della vita e dell’uomo.Vasto come quelle grandi mani che tengono il libro e che sembrano in grado di accogliere qualunque cosa. Difficile reggere il confronto con un simile capolavoro, in cui ogni piega della pelle non ricade mai su se stessa, ma rimanda a un’idea immensa della vita e della realtà. Difficile paragonarsi con una simile “magnanimità” poetica.

Al confonto Mazzoni sembra così calligrafico, impostato. Cerca effetti speciali, approdando a effetti da brividi (la lingua della Madalena che nell’urlo va a sbattere sul palato). Ma ultimamente prevale un sottile, implacabile senso ossessivo. Un voler andare dentro il dolore non per cercare partecipazione ma per trovare gridolini di meraviglia (o di orrore). Anche le sue straordinarie Marie chiuse nel guscio dei loro manti, un po’ alla borgognona, sembrano voler stare sole con se stesse, sigillate nelle loro smorfie. Non cercano condivisione. Non sollecitano una coralità, come invece succede nella meravigliosa cappella della Crocifissione di Varallo, dove Gaudenzio ha la forza di far sentire tutti popolo. Se Gaudenzio scolpisce a forza di carezze, Mazzoni invece agisce un bisturi, per andare dentro impietosamente nelle pieghe della pelle, per sagomare I denti. Evidentemente il soggiorno ferrarese aveva lasciato un segno profondo…

Written by giuseppefrangi

aprile 30th, 2009 at 11:13 pm

La gara tra Mazzoni e Gaudenzio

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Maurizio Cecchetti recensisce su Avvenire la mostra modenese dedicata a Guido Mazzoni e Antonio Begarelli. Un vero festival della scultura,  con qualcosa che però non convince e che, almeno mi sembra, non convinca anche il “corregionario” Cecchetti. Mi spiego.

mazzoniMazzoni vien giù dal modello inimitabile del compianto “tarantolato” di Nicolò dell’Arca a Santa Maria della Vita a Bologna. Ma Mazzoni addomestica la “bestia” (cioé la scultura), la riporta dentro il perimetro della sopportazione. Il Compianto di Busseto, arrivato in mostra, è un capolavoro laddove riesce ad essere trattenuto (la figura delle Marie allineate e come incapsulate nei loro manti, nella foto). Lo è meno dove cerca di innescare l’alta tensione, in stile Nicolò. Una mostra da vedere, nonostante quel titolaccio che rimanderemmo immediatamente al mittente: “Emozioni in terracotta”. Un titolaccio traditore, che riduce la scultura a mess’in scena di cartapesta. Non è così evidentemente, perché il grande mistero della scultura sta nell’interiorizzazione della materia, che non è più mezzo della rappresentazione, ma corpo stesso della rappresentazione. Mazzoni, sotto questo profilo, ci prende quando la sua terracotta si fa lacrima non quando si fa grido. Quando si ritrae, non quando si esagita. Detto questo, non solo in quanto lombardo, rivendico con convinzione che gli scultori del Sacro Monte di Varallo, Gaudenzio in primis, hanno un qualcosa che a Mazzoni manca. Non hanno bisogno di quell’intenzionalità che invece è sempre così esplicita nello scultore modenese. E la differenza la cogli là dove non te ne accorgi: nel corpo del Cristo morto. Lì Mazzoni sembra improvvisamente diventare inerte, quasia che l’inespressività di quel corpo lo paralizzasse. In Gaudenzio succede il contrario, vedasi il capolavoro della cappella 32, il Cristo di legno, dimesso e quasi appartato, che si prepara a salire le scale del pretorio. Non dà nell’occhio, quasi lo passi senza accorgertene. Ma se lo guardi lo scopri immenso nella sua umiltà, con il legno che sanguina come la carne.

In un ideale classifica delle (per me) più belle sculture del secondo millennio, quel Cristo ci sta di sicuro. Prossimamente la stileremo…

Written by giuseppefrangi

marzo 25th, 2009 at 11:55 pm