Robe da chiodi

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Braque, il quadro è un matrimonio tra le cose

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Articolo pubblicato su Alias, 11 febbraio 2017

Capita di raro di leggere parole di un artista capaci di “vestire” in modo così preciso le sue opere, quasi da diventarne una seconda pelle. Parole che vestono le opere non solo nel loro esito finale, ma anche nel loro farsi. È a Georges Braque che siamo debitori di questa sorta di affascinante “duplicazione” della pittura con le parole, messa in atto con una grazia che a tratti lascia a bocca aperta. Del grande artista francese si conosceva il Cahier, pubblicato da Maeght e arrivato anche in Italia (nel 2001 per Robin e nel 2002 per Abscondita): uno straordinario sketchbook, che copre un arco di tempo vasto, tra 1917 e 1955, con aforismi accompagnati da disegni. Stranamente la stessa Francia ha lasciato nel dimenticatoio quella serie di testi brevi e di interviste che invece erano stati pubblicati nel 1958 in tedesco da un editore di Zurigo per la cura di Dora Vallier (la studiosa che nel 1983 aveva pubblicato il catalogo dell’opera grafica di Braque). È quindi lodevole l’iniziativa di Morcelliana di pubblicare nella sua collana Parola dell’Arte i testi raccolti in quell’edizione tedesca, a cui sono state aggiunte altre otto conversazioni comprese tra 1928 e 1963 (Georges Braque, Il muto fervore dello spazio. Conversazioni sull’arte. A cura di Stefano Esengrini. Morcelliana, 166 pagine, 16 euro). Rispetto allo stile rapsodico degli aforismi del Cahier, qui ci troviamo davanti a ragionamenti che conservano la stessa grazia, innestata però all’interno di percorsi di grande lucidità logica. In teoria ci troviamo davanti a delle conversazioni, e infatti, tolti i due testi pubblicati sui Cahiers d’Art diretti da Christian Zervos nel 1935 e 1939, si tratta di veri dialoghi con tanto di domande e interventi degli intervistatori. Eppure è tale la tenuta, anche stilistica, delle risposte di Braque, da riuscire a neutralizzare quel tanto di aleatorio che è proprio sempre delle interviste. Nelle conversazioni tornano non solo concetti, ma anche espressioni precise, evidentemente meditate, approfondite e a volte limate nel corso degli anni. Molte volte Braque ricorre esplicitamente ad autocitazioni (riportate in modo letterale tra virgolette) da conversazioni precedenti, come a voler “scolpire” alcuni punti fermi della propria visione.

Date queste premesse era quasi inevitabile che il titolo del libro venisse suggerito dalle parole stesse di Braque. “Il muto fervore dello spazio” infatti è affermazione sua, indubbiamente di grande suggestione, ma soprattutto di impeccabile chiarezza. Sono tre parole, di cui la più sostanziosa è certamente la terza, “spazio”. È attorno all’esperienza di un nuovo spazio pittorico che si muove tutta l’avventura di Braque, a cominciare da quel magico sodalizio con Picasso al Bateau Lavoir, il laboratorio del cubismo («In quegli anni ci siamo confidati cose favolose, che io e lui conserveremo gelosamente al fondo di noi stessi», ripete più di una volta Braque nel corso dei dialoghi). La scommessa è seppellire in modo definitivo quell’idea rinascimentale di spazio in cui l’artista mette in scena un qualcosa che è più assimilabile al teatro che alla pittura. Il cubismo, da questo punto di vista, rappresenta «la materializzazione di un nuovo spazio», sulla quale Braque ritorna più volte nei dialoghi, cercando di renderne il senso attraverso le parole. Lo spazio per lui è innanzitutto il luogo di rapporto tra le cose, ben più decisivo di quello fisico reso dalla dimensione di profondità. Questo spazio intermedio, dice, è decisivo né più né meno delle cose. «Ho voluto stabilire dei rapporti stretti tra le cose, perché nessun oggetto risulti estraneo: il quadro è un matrimonio di tutti gli elementi. Non si tratta mai della cosa in quanto tale, sono i rapporti che mi toccano. È questa la via regale della pittura, perché i rapporti non sono mai gli stessi da un’opera all’altra!». Per questo lo spazio ha anche una dimensione anche tattile: è l’intuizione che sta alla base dei papiers collés che proprio Braque sperimentò per primo al culmine del sodalizio cubista, nell’autunno del 1912.

Se nell’opera si consuma un “matrimonio” tra le cose è comprensibile come quello spazio sia attraversato da un “fervore”. È una tensione poetica, è il divenire del tempo, è anche quel fattore imprevisto che libera l’opera dal legame costringente con l’idea originaria. Braque per dare conto di quel fervore ricorre anche parole alte, come “canto” e anche “preghiera”. Infine nel titolo troviamo l’aggettivo “muto” che documenta lo svuotamento di ogni retorica («Nella mia pittura sono un testardo, mi ostino fino a che non ho trovato l’eco sorda delle cose»). “Muto” significa che il soggetto è stato spogliato del suo carico di eloquenza, seguendo in questo la strada maestra aperta da Edouard Manet (della sua sovrana indifferenza rispetto al soggetto aveva scritto cose importanti Georges Bataille). La rinuncia all’eloquenza significa anche rifiuto della prosopopea dell’eterno, a cui l’artista oppone l’esperienza del “perpetuo”, dover si sente sempre il mormorio del tempo («Bisogna identificarsi con il tempo, divenire il tempo… L’eterno è la negazione della vita, della libertà»). Il rapporto tra le cose è quindi un fervore che non può essere raccontato o rappresentato ma deve diventare esperienza “muta” del pittore sulla tela. Dice: «L’esito a cui deve giungere ciò è un’armonia, armonia che io mi rappresento, come una sorta di niente, diciamo un niente intellettuale». L’esito non è mai quindi una definizione delle cose, ma del fervore che le attraversa.
Pur nella calma che lo contraddistingue, Braque si dimostra sempre molto lucido e anche inaspettatamente drastico rispetto alla parabola dell’arte, nella sua dimensione storica.

Per lui Cézanne è il liberatore, colui che ha archiviato e sconfitto la decisività del “talento”. Con Cézanne tramonta l’era del “maître”, con tutta la retorica che quell’idea si porta dietro. Il mestiere va dimenticato, non nel senso che non serve, ma nel senso che «so che mi è fedele». È sempre Cézanne che ha liberato la pittura stessa dal «terribile trucco della prospettiva» dei grandi “maestri” del Rinascimento. Per questo per Braque la pittura viene ad assomigliare ad un esercizio monacale, a una vocazione (lui parla anche di «chiamata»), il cui percorso è per altro segnato da ossessioni, da drammatiche tensioni («nel cammino dei miei quadri c’è un’impregnazione seguita da un’allucinazione che diventa a sua volta un’ossessione, e per liberarsi dall’ossessione bisogna fare il quadro, senza di questo non si può vivere»). Il fare un quadro dopo Cézanne è diventato un fatto «di vita pittorica», ovvero «un’avventura verso il mistero delle cose, il loro segreto». Un mettersi in attesa aspettando che il mistero si sveli.

Braque è tranchant rispetto a tutta quello stuolo di artisti che si aggregarono al cubismo riducendolo a fatto stilistico: li accusa di aver costruito un sistema, di essersi messi a speculare, cosa che non ha nulla a che vedere con la pittura. Quanto a Picasso, pur nel loro essere così distanti per temperamento e per natura, lo sente legato come per un affetto inossidabile, grazie al sodalizio di quegli anni del Bateau Lavoir. Gli sono molto chiare anche le differenze con lui: «Io cerco la concentrazione attorno al fuoco, Riconduco tutto al fuoco. Il mio spazio si riempie. Picasso diffonde e fa risplendere a partire dal fuoco. Proietta, e lontano. Dì, lui si dispiega a partire da un centro, io mi ripongo attorno a un centro»: parole che dovrebbero essere inserite di “default” in qualunque lezione sull’arte del 900…

Written by gfrangi

febbraio 12th, 2018 at 7:20 pm

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Braque, il quadro è un’avventura

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È stata una sorpresa la lettura estiva di questo libro di dialoghi e pensieri sull’arte di Georges Braque (appena pubblicati da Morcelliana, che prosegue così una collana interessante iniziata con “Paris sans fin” di Giacometti). Straordinarie le pagine in cui rievoca l’intensità di quella breve stagione cubista con Picasso («In quegli anni ci siamo detti con Picasso cose che nessuno si dirà più»). Una breve stagione a quattro mano, alla «ricerca dello spazio tattile», «per toccare la cosa non solo vederla». Si avverte l’epopea di una reinvenzione dello spazio («un accanimento»)1º, obiettivo per il quale erano stati messi a tacere anche i colori («bisognava creare uno spazio prima di arredarlo»). Braque racconta dei momenti in cui con Picasso «facevamo fatica a distinguere le nostre tele», da cui l’idea di non firmarle. È il momento dell’idea, a cui spiega Braque, segue quello della rivelazione in cui le individualità tornano a distinguersi. «Quest’incontro con Picasso rappresentava una circostanza della nostra vita. Ho scritto, a proposito della poesia, che essa è sempre “circostanziale”. A maggior ragione lo è anche la vita».

Come nasce un quadro? Sentite: «Se dovessi cercare di vedere qual è il cammino dei miei quadri, direi che c’ dapprima un’impregnazione seguita da un’allucinazione – la parola non mi piace, ma coglie nel segno -, che diventa a sua volta un’ossessione, e per liberarsi dall’ossessione, bisogna fare il quadro, senza questo non si può vivere…».
Il quadro come spazio che si libera dall’idea che pur l’ha generato. «Il quadro è innanzitutto un’avventura. Parto all’avventura verso il mistero delle cose, il loro segreto… aspetto che si svelo, l’attesa a volte è lunga. Dimentico il mio mestiere, ma so che mi è fedele». Braque insiste molto sulla “prigionia” del talento («Cézanne ha ripulito la pittura dall’idea di maestria»: per questo è da lui che inizia l’avventura). Quando di ricorre al talento è perché fa difetto l’immaginazione, insiste a ripetizione Braque.
Alla fine del libro aleggia questa idea del quadro come qualcosa che per essere compiuto deve liberarsi anche del suo autore. «Bisogna che io lotti contemporaneamente contro l’idea che si è impiantata e il quadro che difende la propria esistenza, la propria indipendenza. Se diventa copia di un pensiero è finita».

Nelle parole di Braque si avverte la stessa leggerezza della sua mano in pittura. Una leggerezza non solo formale, ma sostanziale: come se alla fine volesse sottrarsi, fare un passo indietro per lasciar essere le cose. C’è molto spazio per il “mistero” nel modo d’essere di Braque (il quadro diventa tale quando non è più a portata di mano). «Non cerco mai di definire le cose, essendo portato verso una sorta di “infinizione”».
Esito di questo modo d’essere e di vedere due pensieri sorprendenti ed estemporanei: «Penso che l’opera d’arte finisca come una preghiera»; «L’arte è una ferita che diviene luce…». Chapeau.

Georges Braque, “Il muto fervore dello spazio”, Morcelliana, 16 euro

Written by gfrangi

agosto 13th, 2017 at 7:38 am

Al Louvre, a caccia di soffitti

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Al Louvre, settimana passata, non ho mancato di andare a vedere il nuovo soffitto di Cy Twombly per la sala dei Bronzi (ala Sully). Sinceramente una cosa non memorabile. Un cielo olimpico un po’ imbolsito, nel quale rotolano pianeti palloni e scandito da belle scritte in greco che sembrano degli eleganti fumetti. Ma la cosa che mi ha colpito è che nella sala precedente, in un sontuoso soffitto cinquecentesco si vedevano tre riquadri con altri bellissimi cieli riempiti da voli di grandi ed eleganti uccelli. Erano cieli di un blu schiantante, su cui si ritagliavano le sagome “matissiane” dei volatili. Tanto il nome di Cy Twombly era sontuosamente annunciato da cartelli indicatori e da grandi targhe fisse agli ingressi dalle Sala, tanto l’autore di questa sala invece risultava misterioso. Per capirlo ho dovuto rivolgermi a un guardiano che mi ha indicato un lungo pannello illustrativo della sala. Nelle ultime righe c’era indicato il nome di Georges Braque, che aveva dipinto i tre riquadri nel 1953. Braque, mica l’ultimo dei maestri del Novecento… A volte sembra proprio che il contemporaneo dia alla testa. Quasi una forma di idolatria che rende un tutti un po’ beoni… o non è così?

Comunque godetevi Braque.

Written by giuseppefrangi

aprile 13th, 2010 at 10:37 pm

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