Robe da chiodi

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Toccata e fuga nell’Italia bollente/2. A Cortona, l’ala dell’Angelico e il meteorite di Francesco di Giorgio

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Martedì 6. Cortona

Museo Diocesano, Duomo, Chiesa di Santa Margherita (con via Crucis di Severini, a mosaico, lungo la rampa che porta alla chiesa); San Francesco; San Domenico, da cui veniva il Beato Angelico, Santa Maria della Grazie al Calcinaio).

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A vederlo dal vero capisci che è senza nessun dubbio uno dei grandi quadri della storia l’Annunciazione di Beato Angelico di Cortona. Un gioiello per come la perfetta e rarefatta griglia concettuale e compositiva lascia lievitare tanto sentimento e poesia. Non c’è in nessuna zona del quadro un allentamento di tensione, come capita in altre sue Annunciazioni (otto quelle assegnate a lui). L’Angelo si presenta carico e teso come una fionda, con l’incredibile linea delle sue ali, immense che forano con un’energia quasi indelicata lo spazio sotto l’arco. Ma sono rese agili e leggere da linee dinamiche degne di un progettista aeronautico.
Inaudita davvero la bellezza della veste dell’Angelo, un rosa trapuntato d’oro che toglie il respiro.
E poi c’è la colonna che arditamente regge la costruzione e la divide. Cito da Didi – Huberman: «…la colonna non serve quindi soltanto a sostenere l’edificio della storia. Essa è un luogo emblematico del mistero. A Cortona cela nella sua bianchezza luminosa le parole “FIAT MIHI SECUNDUM…” della Vergine, le parole dell’istante stesso in cui tra libero acconsentimento e profezia il Verbo si incarnerà. Essa segna in quanto soglia, sia la distanza invalicabile sia il misterioso percorso tramite il qaule l’Incarnazione riuscirà a varcare qualsiasi soglia immaginabile».

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Tappa finale cortonese a Santa Maria della Grazie al Calcinaio, una chiesa fuori dimensioni oltre che fuori dalle mura, progettata da Francesco di Giorgio Martini. Sembra un meteorite che invece di piovere dal cielo sia affiorato prepotentemente dal cuore della terra e della storia. Una rivisitazione della più grande architettura romana, senza timori o riverenze. Un atto di appartenenza quasi sfacciato, in cui si dichiara e si rende palese il proprio dna. Interno equilibrato son le fasce di arenaria che disegnano muovono e riordinano gli spazi; esterno imperioso, con le finestre a profonda strombatura, che danno valore al volume dei muri. Quasi inquiertante il grande rosone, che si mangia lo spazio come se fosse stato scavato da una macchina perforatrice per tunnel.

Written by gfrangi

agosto 11th, 2013 at 2:05 pm

Beato Angelico, e noi pensavamo che fossero fiori…

8 comments

Ti sembra di averli guardati a sufficienza e invece non li hai mai guardati abbastanza. L’altro giorno leggendo un affascinante libro appena tradotto in italiano (Abscondita, 2009; ma il libro è del 1990) di Georges Didi-Huberman dedicato a Beato Angelico ho scoperto che nell’affresco bellissimo del Noli me tangere a San Marco, i fiori del prato non sono buttati lì per caso. Lo studioso francese si è incuriosito dal modo con cui Beato Angelico li aveva dipinti: «sono macchie, più o meno regolari, fatte con il bianco di San Giovanni e, al di sopra, con il rosso. È un colore vivace, una terra rossa, che produce sulla parete leggerissimi rilievi; l’effetto ritmico di scansione ne risulta accentuato». Un modo strano di dipingere i fiori, nota Didi-Huberman. Che poi nota come anche le stimmate sul piede di Cristo appoggiato su quel prato, siano dipinte «esattamente alla stessa maniera». Continuando l’osservazione nota che i fiori sono a gruppi di cinque, proprio come le stimmate. Beato Angelico opera quello che Didi-Huberman definisce uno «slittamento del segno iconico». Cioé «posso senz’altro affermare che le stimmate di Cristo, secondo il BA, sono i fiori del suo corpo». Ma altrettanto legittimamente si potrebbe affermare che «Cristo è qui rappresentato nell’atto emblematico di “seminare” le sue stimmate nel giardino del mondo terreno».

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La cosa mi sembra di per sé stupefacente, per la poesia che evoca. Ma c’è un’altra sottolienatura che mi sembra ancora più importante: è stupefacente l’intelaiatura concettuale che regge questi capolavori del nostro passato. Nulla è a caso. Il problema è che il nostro sguardo è viziato dall’istintività e non sa più affondare nella verità di queste immagini. E questo accade anche se lo sguardo è di simpatia o di sintonia religiosa con le immagini che guardiamo.

Written by giuseppefrangi

settembre 28th, 2009 at 10:37 pm