Robe da chiodi

Oggi 12 settembre

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Jazz session per Morandi

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«Caro Thelonious Monk, ho avuto l’occasione di ascoltarla la notte scorsa grazie ad una fortunata coincidenza inaspettata… ». Vi dicessi di indovinare chi è il mittente di questa lettera spedita al grande jazzista americano il 22 aprile 1961, non ci arrivereste mai… Ebbene, è Giorgio Morandi. Che scrive da Bologna dopo essere stato la sera prima al teatro Lirico di Milano al concerto di Monk. La lettera è pubblicata su Exibart on Paper (tks a Giovanni che me l’ha segnalata). Fa effetto pensare al riservatissimo (quasi scontroso) e ormai anziano Morandi che, prima si lascia stupire dai suoni di un musicista così lontano dai suoi mondi («… ho ancora impresso il movimento delle sue dita tese come bacchette sulla tastiera, che invece di muoversi velocemente scolpivano il ritmo con un’economia di note sorprendente»: l’economia di note, ecco una categoria molto morandiana…). E poi prende carta e penna senza lasciar passare tempo per raccontare per iscritto a Monk molto più che una semplice impressione. È come una confessione aperta a un uomo che è bastato un attimo per sentire amico. Ecco alcuni passaggi della lettera. Inutile sottolineare che è di un’acutezza spiazzante. E che verrebbe voglia di ripassarsela a memoria tanto accarezza le misteriose dinamiche del fare arte.

Thelonious Monk

Le ragioni di questa lettera provengono da alcuni interrogativi recenti, a cui la sua musica, con modalità a me sconosciute, sembra rispondere. La ricerca artistica genera sempre domande a cui, in alcuni casi, soltanto l’autore può dare risposta e quando questa risposta non si genera dall’interno del proprio linguaggio, l’ascolto di ieri mi conferma che può giungere dall’esterno… Le scrivo a riguardo una confidenza di quelle che si fanno ad una persona sconosciuta che in un particolare momento della propria vita si percepisce come un amico di vecchia data. Le spiego meglio. Da circa un mese lavoro, nella mia casa di Grizzana, ad una serie di paesaggi in cui cerco un nuovo rapporto spaziale e cromatico tra gli elementi della composizione. Così per qualche giorno ho installato il cavalletto nel giardino di fronte ai due alberi da cui si intravvede nel retro uno scorcio della casa, costretto però a lasciare puntualmente la tela bianca dopo essermi arreso più volte.

Morandi, Case a Grizzana, 1961

Ragionavo sull’esistenza di una determinata tecnica adatta a tradurre quello che volevo fare, ovvero trovare un segno in grado di esprimere il significato che attribuiamo ad una parola come pittura, o musica nel suo caso. Questa mattina, sul treno che mi riportava a Bologna, ho capito che questa domanda non ha mai ragione di essere formulata, poiché la tecnica è sempre un accadimento di una visione interiore, e dunque non esiste un modo di rappresentare le cose, soltanto un modo di sentirle, nella speranza poi che questo sentimento abbia un valore universale. Si pensa generalmente che dato il modello ne si può ottenere la forma, in un determinato stile piuttosto che in un altro, seguendo i suggerimenti che dispiega la storia che ci precede. Ma la tecnica è un incidente, mai un progetto, poiché è proprio il discorso artistico, quello pù vero e profondo, che mette in crisi la relazione tra il nostro sguardo e la realtà di tutti i giorni, giocando d’anticipo sul pensiero dell’autore, e creando, ogni volta un gesto “su misura”. In margine alla nuda realtà, all’evidenza delle cose oggettive, lo sguardo di un artista può permettersi un certo grado di miopia, spingendo il suo sguardo nello spazio in cui il mondo che già conosciamo possiede una seconda vita. Così ogni opera d’arte non è che la possibilità di avere altri occhi, di moltiplicare una realtà non più di fronte a noi, ma scavata nel nostro vissuto, nel nostro piccolo mondo di essere umani.
La sua musica, se mi permette signor Monk, mi sembra di questa qualità, in grado di cogliere l’essenza di un discorso musicale calato non tanto nella capacità dell’autore di dare dignità allo strumento, quanto piuttosto del servirsene per metterlo da parte, lasciando il suono come unico protagonista della scena. Una stessa essenza che si rinnova nella forma, come in Bach o in Mozart, la cui arte è quella che scavalca civiltà e storia, attraverso un’utopia, tutta squisitamente umana, di dare un peso alla breve vita di un uomo.

Con rinnovata stima e gratitudine
Suo Giorgio Morandi

e ora ascoltate Thelonious Monk in azione

Written by gfrangi

febbraio 17th, 2012 at 7:23 pm