Robe da chiodi

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Perché Courbet non smette mai di farci innamorare

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Ho visto in extremis la bella mostra su Courbet al Palazzo dei Diamanti (a cura di Dominique de Font-Réaulx, Barbara Guidi, Maria Luisa Pacelli, Isolde Pludermacher e Vincent Pomarède). Una mostra ben pensata e ben fatta, secondo uno stile ormai consono all’istituzione ferrarese. Intelligentemente circoscritta al tema pur pervasivo nell’opera di Courbet della Natura, la mostra è accompagnata da un allestimento che con due semplice escamotage accompagna il percorso senza sovraccaricarlo: gli ingrandimenti di foto in tema e contemporanee alle opere di Courbet usate come coperture delle finestre, e mappe dei luoghi courbettiani tracciate sulle pareti.
La scansione delle sale funziona bene, con molto ordine e senza mai forzature.

Detto questo resta un pensiero sulla meraviglia che la pittura di Courbet continua instancabilmente a suscitare. In lui vive questa continua equivalenza tra la forza generativa della natura e la pittura: nella natura e nel suo apparire la pittura, per analogia, trova il suo modo e la sua ragione d’essere. La pittura di Courbet infatti vive di questo continuo risucchio dentro la natura, senza però mai perdere in lucidità e controllo. Non c’è mai un cedimento panico, perché tutto sembra sempre pensato da un’intelligenza che è interna alla natura stessa. La struttura della materia sulla tela si fa mimesi della natura quasi per innamoramento e attrazione, ma non naufraga mai in un caos panico; riemerge sempre come immagine leggibile sin nelle sfumature. La natura per Courbet è un processo che porta invariabilmente dal buio alla luce: e il buio è quello generativo della grotta da cui sgorga la Loue, ma anche quello dell’utero della sua Origine du Monde. Un buio che in Courbet non è mai esperienza oscura ma custodisce sempre una vocazione ad emergere, a venire alla luce; a una nascita. Corpo della natura e corpo femminile si equivalgono, tutt’e due contrassegnati da una generosità che li “disegna”.

Infine, per Courbet resta fondamentale l’esperienza dello studio (non a caso allo studio dedica uno dei suoi capolavori, un omaggio senza “se“ e senza “ma“, visto che non si sottrae ad un monumentalismo, come le dimensioni di quella tela). È nell’esperienza dello studio che la natura gli ricompare nella lucidità del suo disegno e della sua architettura; nello studio l’impronta mentale bilancia quella “fisica” e visiva assorbita nel contatto diretto. La serialità di tanti soggetti si spiega anche con questa caparbietà nel voler mettere a fuoco sempre meglio quell’impronta mentale, nell’allineare le strutture esteriori con le strutture interiori dei suoi paesaggi.
Della generosità propria della pittura di Courbet è testimonianza il colpo d’ala dell’ultima sala, con l’immenso Cervo morente arrivato da Marsiglia. Un quadro pieno d’amore con quel suo sovradimensionamento che sembra un omaggio a quel meraviglioso animale che scappa braccato. Il grido del cervo, con la bocca spalancata, e le sue immense corna allineate in orizzontale, finiscono con il disegnare una crocifissione. Una crocifissione del creato.

Written by gfrangi

Gennaio 5th, 2019 at 1:08 pm

Chi ha paura del corpo e chi no. Il Vaticano, Courbet e un po’ di teatro

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Due pagine del Corsera parlando delle possibili scelte del Vaticano per la prossima Biennale. Niente di particolarmente nuovo, se non la conferma di questo punto di mediazione tra istituzione ecclesiale e arte: escludere la “fisicità” per trovare un terreno d’incontro. Quindi fuori tutti i provocatori e largo agli “aniconici”. A naso nulla di nuovo e quindi anche poco di interessante. Speriamo in uno scarto dell’ultim’ora… «La volgarità delle forme non è un problema, è l’inutilità del pensiero ad essere abominevole», diceva Eugéne Delacroix per difendere i primi libertari dalle accuse feroci da parte dell’accademia. Non è la vecchia insulsa divisione tra figurativi e astratti, ma tra un’arte tutto sommato accomodante e un’arte che rischi e crei sommovimento, con qualsiasi linguaggio lo ricerchi. Siccome la Biennale è un terreno che ha senso per essere terreno di sfide, io avrei provato a mettere a tema una narrazione contemporanea del fatto cristiano. Magari affidandola a uomini dei mondi nuovi e uscendo da questo occidentalismo che sta mostrando tanta cerebralità e una pericolosa vocazione all’anoressia espressiva. Per non ritrovarci ancora una volta in afasica compagnia con i pur eccellenti Spalletti, Parmeggiani o chi per loro…


È stata la settimana del presunto scoop di Paris Match sul ritrovamento della parte mancante del celebre quadro di Courbet L’origine du monde. Sarebbe la testa della modella che Courbet usava in quegli anni, l’irlandese Joanna Hiffernan, fidanzata di un altro artista, James Whistler. L’ipotesi ha incontrato molto scetticismo e comunque non aggiunge molto a quel quadro che evidentemente Courbet ha immaginato come un omaggio all’organo genitale femminile, “sparato” senza timidezza in primo piano. Non si sa se questa tela sia frutto di un progetto di Courbet o richiesta del diplomatico turco che ne fu il primo possessore. Ma anche in questo caso le cose cambiano poco. Il fattore decisivo e dirompente del quadro è a monte: è nella capacità di Courbet di trasformare un soggetto pornografico in qualcosa di assolutamente naturale. La scelta del titolo gioca un ruolo in questo senso: l’organo genitale femminile prima che terminale di un desiderio e di un’attrazione viene visto come finestra spalancata sulla vita. Come potente scaturigine del futuro. È un “luogo sorgivo”, e mi viene in mente la vocazione di Courbet a cercare luoghi sorgivi come soggetti della sua pittura: quante vole ha dipinto ad esempio les Sources de la Loue, il fiume che attraversa Ornans, suo paese natale? Per questo non c’è nulla di vizioso né tanto meno di pruriginoso in questo quadro, che io vedo come un grande atto d’amore, grande anche per la sua spregiudicatezza e libertà. Per questo non si può non amare un pittore come Courbet, grande alleato della realtà. Certamente non a rischio di anoressia umana…

Più che di mostre è stata una settimana di teatro. Ho incrociato in tv il Macbeth verdiano con la regia di Bob Wilson al Comunale di Bologna: una messa in scena da restare a bocca aperta, per la pulizia con cui riesce a governare quel dramma truce e a renderlo contemporaneo (guardate qui una sequenza delle scene) Dal vivo ho invece visto Il panico, regia di Ronconi dal testo di un autore argentino, Rafael Spregelburd («Si tratta di costruire un’opera sulla Trascendenza usando solo mattoncini della Banalità», ha spiegato). Visto dalla Galleria del Piccolo, quindi molto in verticale sul palcoscenico, è stata un’esperienza visiva indimenticabile. L’immenso palcoscenico lasciato sostanzialmente vuoto chiuso da due enormi velari bianchi messi ad angolo e scandito da geometrie oblique ma perfette. Una somma di asimmetrie insistite, inquiete per accompagnare il tema (il panico) ma sempre perfettamente controllate. Credo che un artista avrebbe molto da assimilare da due messe in scena così.

Written by gfrangi

Febbraio 10th, 2013 at 12:43 pm