Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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La prima bomba di Masaccio

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Da più di dieci anni non venivo da queste parti. E dieci anni fa il trittico 1422 di Masaccio era custodito nell’abisidiola sinistra della pieve di San Pietro a Reggello. Dal 2007 gli hanno costruito attorno un piccolo museo: sono il visitatore 34.341. La porta è ancora chiusa. Chiamo al cellulare che è indicato e mi viene aprire don Ottavio Failli, il parroco. Di questo “suo“ Masaccio sa tutto. Mi racconta. Allunga le mani per indicarmi i dettagli (il polittico è protetto da un vetro). L’allarme suona a raffica… Gli piace l’idea che questo sia davvero il primo Masaccio. Più che un quadro, una bomba esplosa nel mondo dell’arte. «Deve aver fatto l’effetto di una bomba atomica», dice. In effetti quel trono di scorcio, ha i braccioli che disegnano un arco rovesciato che sembra largo come un viadotto. Lo spazio non è semplicemente bucato, è conquistato a mano armata. Il trono sconfina sino a sbattere lo spigolo contro il limite della tavola e apre uno spazio davvero generoso per accogliere la Madonna. Dettaglio imprevedibile, il disco dell’aureola ha un motivo di chiara impronta islamica: la scritta non è stata decifrata, ma indica certamente che le relazioni erano buone e redditizie. Il Bambino pesa, e quanto pesa… è di una solidità quasi fosse di carne e di pietra. È un piccolo gigante, tutto d’un pezzo, a cui l’innocenza non evita una certa qual terribilità. S’infila due dita in bocca per assaggiare l’acino di uva, e si potrebbe misurare di quanto sono entrate…
A destra tra i santi solo Giovenale regge il confronto psicologico con quel Bambino. Ha una rudezza senza incertezze e sembra pronto a prendere a testate quello spazio troppo esiguo in cui si trova rinchiuso. Tiene in mano un quaderno manoscritto con il Salmo 110: ed è la perizia calligrafica ad aver dato la conferma che davvero di Masaccio si tratta (stessa scrittura della dichiarazione al catasto del 1427).
Il Trittico di San Giovenale è piccolo, per certi aspetti ancora arcaico, tenero in tanti dettagli, con un’apparenza quasi innocua. Eppure è da qui che partì un domino destinato a provocare un vero terremoto… un terremoto che ha una data precisa: 23 aprile 1422 (alla base del trono).
Detto questo, che meraviglia scoprire che da angoli di piccola e isolatissima Italia possano emergere forme e immagini destinati a scuotere le fondamenta… Questa è la straordinaria anomalia italiana.

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Written by gfrangi

ottobre 11th, 2016 at 10:15 pm

Pasolini ritrae Longhi. Segni di una discepolanza totale

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Pier Paolo Pasolini, Ritratto di Roberto Longhi, 1975

Non perdetevi la mostra su Pasolini a Casa Testori (dura sino al 1 luglio) (qui orari di apertura). Alla penultima sala, quella dedicata al ciclo dei disegni con i ritratti di Roberto Longhi si capisce qualcosa di importante circa Pasolini. Innanzitutto il ciclo è bellissimo, con quella sequenza seriale di fogli grandi, tutti della stessa dimensione e tutti lavorati sulla stessa immagine di Longhi, preso di profilo. Ogni foglio (sono 13 quelli in mostra sui 15 complessivi di cui è composto il ciclo) è lavorato con un tecnica diversa dall’altro, sino a quel foglio semi invisibile realizzato con un gessetto bianco. Quattro disegni sono datati 1974, i restanti 1975: di questa seconda fase ci resta anche la documentazione fotografica di Roberto Pedriali. Si vede Pasolini nel suo rifugio di Chia, accovacciato per terra. lavorare concentratissimo e in solitudine sui fogli sparsi per il pavimento. Mi sono chiesto a quale bisogno rispondesse la decisione di questo confronto così serrato con il volto del suo maestro, scomparso cinque anni prima. Il pretesto era certo la pubblicazione della raccolta di testi longhiani nei Meridiani, sulla cui custodia compariva proprio un Longhi di profilo. Ma sono i mesi di Salò e del cantiere di Petrolio, sono mesi su cui incombono tante visioni da incubo; mesi, visti a posteriori, precipitosamente terminali. Perché tornare così insistentemente a Longhi in un clima così? Non credo ci siano risposte, ma la recensione “innamorata” che Pasolini un anno prima aveva fatto del volume dei Meridiani sul settimanale Tempo qualche indizio lo fornisce. «Se penso alla piccola aula (con banchi molto alti e uno schermo dietro la cattedra) in cui nel 1938-39 (o 1939-40?) ho seguito i corsi bolognesi di Roberto Longhi, mi sembra di pensare a un’isola deserta, nel cuore di una notte senza più luce. E anche Longhi che veniva e parlava su quella cattedra, e poi se ne andava, ha l’irrealtà di un’apparizione. Era, infatti, un’apparizione… Il rapporto ontologico e negato assolutamente a ogni precisazione pratica. Forse anche per questo tutto ciò appartiene a un altro mondo». Pasolini poi conclude così il ricordo di quell’esperienza: «Allora, in quell’inverno bolognese di guerra, egli è stato semplicemente la Rivelazione». (I corsivi nella citazione sono corsivi di Longhi)
Senza avere la pretesa di una spiegazione pedissequa, questa pagina in qualche modo conferma come non sia affatto casuale che Pasolini in quell’estate feroce del 1975 cercasse una nuova “apparizione” del suo maestro. E spiega anche le vibrazioni che si avvertono entrando in questa indeminticabile sala a Casa Testori.

Ps: per capire il risvolto concreto della “Rivelazione” di cui parla Pasolini, ecco queste sue altre righe, dalla stessa recensione: «Il corso era quello memorabile sui Fatti di Masolini e di Masaccio… Sullo schermo venivano infatti proiettate delle diapositive, i totali e i dettagli dei lavori, coevi ed eseguiti nello stesso luogo, di Masolino e di Masaccio. Il cinema agiva, sia pur in quanto mera proiezione di fotografie. E agiva nel senso che una “inquadratura” rappresentante un campione del mondo masoliniano – in quella continuità che è appunto tipica del cinema – si “opponeva” drammaticamente a una “inquadratura” rappresentante a sua volta un campione del mondo masaccesco… il frammento di un mondo formale si opponeva quindi fisicamente, materialmente al frammento di un altro mondo formale»

Su Longhi avevo riportato anche questo pensiero di PPP

Written by gfrangi

giugno 3rd, 2012 at 10:14 pm

Maddalena dorata e alata (Masaccio in rima)

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Esce in questi giorni negli Oscar Mondadori un’antologia delle Poesie di Giovanni Testori. Nella raccolta c’è anche una selezione delle Maddalene, le poesie che Testori scrisse per un lussuoso libro di Franco Maria Ricci, come “didascalie” in versi di alcune tra le più celebri Maddalene della storia dell’arte. Quella per Masaccio la ricordavo come una delle più fulminanti letture, atrtraberso le parole, di un’opera figurativa del passato. Una lettura di una rapinosa sinteticità che restituisce la forza iconica della Maddalena massaccesca (da leggere ad alta voce: la ricordo letta magistralmente da Walter Malosti).

Il sunto,
il punto,
il prima,
l’adesso, il sempre,
il poi.
Non sapremo noi
che faccia hai avuto
mai
né quella che
voltandoti
potresti avere
ed hai.
Solo ci mostri
la nuca dorata-disperata
con ordine – disordine
ravviata – scompigliata.
Quasi alata,
inchiodata
all’Assoluto adorato,
all’Assoluto assassinato,
urlo e silenzio,
carne e scisto
coì vicina a Cristo
che ne senti l’afrore,
che ne divori
l’odore,
preghiera e pianto,
dolore e canto,
l’unico tuo vanto
è di gridare senza voce
santo,
santo!

Written by gfrangi

febbraio 16th, 2012 at 5:55 pm

Pasolini, Masaccio e il finale di Accattone

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1676393887È uscito qualche tempo fa un bel libro di Stefania Parigi dedicato al primo film di Pasolini, Accattone (editore Lindau, 18 euro). Ne sono venuto a conoscenz grazie a una bella recensione di Civiltà Cattolica su questo numero. Dal libro ricavo due spunti interessanti. Uno riguarda la filosofia visiva di PPP, riferica con parole sue: «In Accattone non c’è mai un’inquadratura in cui si veda una persona di spalle o di quinta; non c’è mai un personaggio che entri in campo e poi esca di campo […]. Il mio gusto cinematografico non è di origine cinematografica, ma figurativa. Quello che io ho in testa come campo visivo, sono gli affreschi di Massaccio, di Giotto, che sono i pittori che amo di più, assieme a certi manieristi (ad esempio, il Pontormo). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica, trecentesca, che ha l’uomo come centro di ogni prospettiva».

Il secondo spunto riguarda invece la battuta finale del film, una battuta indimenticabile pronunciata da Franco Citti morente: «Aaah… Mo’ sto bene!». Sembrava esito del vitalismo pasoliniano, invece l’autrice del libro la mette in rapporto con un citazione che compare subito dopo i titoli di coda dei film e alla quale non si è dato il sufficiente peso. Pasolin cita dei versetti di Dante , da Purgatorio V: «…l’angel di Dio mi prese e quel d’inferno/ gridava: “O tu del Ciel, perché mi privi?/ Tu te ne porti di costui l’eterno/ per una lacrimetta che ’l mi toglie”»… (una lacrima di pentimento, versata in punto di morte, è bastata da sola a cancellare i peccati di tutta una vita di Bonconte da Montefeltro e dargli la salvezza). Per Accattone non ci sono lacrimette, perché non c’è neppure consapevolezza del peccato, nella sua anima da sottoproletario. Ma quel conta è l’esito: quel “mo’ sto bene” è il presentimento di sperimentare il Paradiso.

Da rivedere e da leggere.

Written by giuseppefrangi

ottobre 24th, 2009 at 12:22 pm