Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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Il Fontana “espatriato”

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TorsoItalico

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera, pagine milanesi, 26 agosto.
In questi giorni si è chiusa al Museo d’Arte moderna di Parigi una straordinaria mostra dedicata a Lucio Fontana. È una mostra che ha riscosso un grande successo di pubblico e che tra l’altro racconta a un pubblico internazionale una grande stagione di Milano. Ad esempio è stato ricostruito l’Ambiente spaziale, la storica installazione realizzata nel 1949 alla Galleria del Naviglio, installazione che aveva consacrato Milano come avamposto dell’innovazione artistica in quegli anni. Fontana era nato in Argentina da papà italiano e mamma sudamericana, ma la sua vita artistica ebbe come centro Milano e in particolare il mitico studio di corso Monforte, dove venne immortalato da tanti grandi fotografi e da Ugo Mulas in particolare.
Quella parigina è una mostra che sarebbe stato bello vedere a Milano, per la qualità altissima dei prestiti, per i tanti filmati rari o anche inediti, e per la documentazione precisa di tutta la parabola di Fontana. Tra i prestiti in particolare ce n’è uno che fa un po’ sussultare: è il monumentale “Torso italico”, un capolavoro in ceramica del 1938, che sino a pochi anni fa era visibile nell’atrio di un condominio milanese, in via Panizza 4, di proprietà degli eredi dell’architetto Giancarlo Palanti (un’opera importante a cui uno dei curatori della mostra parigina, tra i maggiori conoscitori dell’artista, Paolo Campiglio, ha dedicato un libro, di prossima uscita da Scalpendi editore). Lì l’aveva vista, solo nell’agosto di due anni fa, il giornalista del Corriere realizzando un bel servizio sulle opere di Fontana a Milano. Oggi quella scultura è in mostra a Parigi come proprietà di una grande galleria tedesca, che in questi anni ha raccolto tanti pezzi eccezionali, in particolare del Fontana ceramista.
Certo, desta rimpianto questa perdita, avvenuta quasi in contemporanea con il ritiro, da parte dei proprietari, delle due bellissime sculture che facevano il vanto del cinema Arlecchino. Sono tutte opere che documentano un momento davvero alto della cultura milanese, in cui artisti d’avanguardia erano coraggiosamente chiamati a interventi importanti nel tessuto della città, per quanto su commissione di privati. Fontana in particolare ha lasciato molti di questi segni, dalle decorazioni sul condominio di via Senato, alle balconate ceramiche in via Lanzone, dal soffitto della sede dei Carabinieri in via delle Fosse Ardeatine, sino al grande bassorilievo con Santa Margherita Alacoque e alla via Crucis in San Fedele. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Milano ha certamente reso un giusto riconoscimento alla grandezza di Fontana dedicandogli la grande sala del Museo del 900 che si affaccia su Piazza Duomo e che suggestiona, con quel suo fantastico neon volante, chiunque dalla piazza alzi lo sguardo. Ma per raccontare la città ai tanti che verranno a scoprirla per l’Expo, rendere più visibile la presenza nevralgica di questo grande artista sarebbe strategia molto efficace. Per dimostrare come la forza di Milano sia stata quella di saper integrare pienamente nel proprio tessuto anche intelligenze innovative e audaci, come quella di Lucio Fontana.

Written by gfrangi

agosto 26th, 2014 at 5:52 pm

Museo Novecento, tre Testori ci sarebbero…

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Intervistata da Vita la direttrice del Museo del Novecento, Marina Pugliese, risponde alle ossrvezioni avanzate da Arbasino, riguardo le mancanze della raccolta. Sulle fotografie, da Mulas in su,  e su Testori spiega che nelle raccolte comunale non c’era niente. Su Testori in realtà non è così, perché tre suoi quadri della metà degli anni 40, sono nella Raccolta Boschi Di Stefano, che nel 1973 è stata donata al Comune e da cui per fare il Museo del Novecento sono stati prelevatii tantissimi quadri (i Fontana, i Manzoni, i Morandi, per esempio). Nel completissimo Archivio Testori curato da Camilla Mastrota, si possono vedere le tre opere, del periodo picassiano, fatte da un Testori poco più che ventenne (qui a sinistra, La bella giardiniera, 1946; le altre due, qui e qui). Certo non sono i grandi “disegni” della metà degli anni 70 che Arbasino, con l’intellogenza co che contraddistingue sempre i suoi giudizi, avrebbe voluto vedere esposti e che rappresentano una delle punte del Testori pittore. Ma la brava direttrice può comunque contare su tre opere testoriane. Chissà mai…

Sempre sul museo del Novecento: il nesso più bello è sorprendente è quello che lega Boccioni a Fontana. Un mood che attraversa il secolo all’insegna di una concezione spaziale del prodotto artistico. È un’intuizione tutta milanese, molto pragmatica, per nulla intellettualistica: quasi una volontà che l’opera venga partecipata di più, uscendo dai suoi confini. È sperimentalismo che non si chiude nel suo guscio, ma si apre a una fruizione ancora più ampia. La concezione spaziale apre spazi…

(Per questo la fotografia, dopo Fontana, ci sarebbe stata benissimo: documentazione nuova e fedele di luoghi e di spazi, con una disciplina visiva tutta milanese, da Mulas a Basilico).

Written by gfrangi

gennaio 15th, 2011 at 11:11 am

Arbasino al Museo del Novecento: dove sono Testori e Mulas?

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Alberto Arbasino si è messo in coda per vedere anche lui il museo del Novecento. E ne ha fatto una recensione che, come sempre è un concentrato di brillante e malinconica intelligenza,  per Repubblica. Lo sguardo di Arbasino coglie le occasioni riacciuffate con questo progetto e quelle irrimediabilmente perse per il ritardo con cui Milano è approdata al suo museo (tutti i Boccioni scappati in America e Londra). I quadri in lui suscitano sempre un rimando immediato al rapporto con le persone («Quanti amici perduti») che li hanno realizzati, ad amicizie, a consonanze, «come rivedendo gli artisti accanto alle opere o accanto a un caffè». Bello anche il riferimento a «quell’estremo sommo ghiribizzo milanese: il neon già alla Triennale di Lucio Fontana… emblema di una Milano splendidamente vissuta e poi piuttosto malandata».

Tra le righe sottolineati anche i “vuoti”, cioè le assenze che pesano. Arbasino insiste su due: «non ci sono i grandi importanti disegni di Gianni Testori (a Milano!)». E poi: «Ugo Mulas, qui assente perché gli aeroplani degli sponsor sì, ma la fotografia benché insigne invece no». (il riferimento è allo sponsor Finmeccanica, davvero piuttosto invasivo).

Written by gfrangi

dicembre 22nd, 2010 at 9:27 am

Il museo “rinascimentoso” del Novecento

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È un bel colpo d’ala il Museo del Novecento a Milano (qui le foto). Un museo tutto italiano, per nulla spocchioso, un po’ “rinascimentoso” (nel senso di stile Rinascente, che sta dall’altra parte della piazza e che non a caso ha chiamato artisti ad arredare le sue vetrine per questo Natale 2010) con tutte quelle scale mobili, quelle luci sparate, quel variare degli intonaci ai muri, e quel muoversi degli ambienti pensati per non tener sempre desta l’attenzione. Per non parlare di quegli espositori e supporti così spavaldamente plasticosi (del resto il progetto è di Italo Rota, designer di alberghi di lusso). I puristi forse arricceranno il naso, ma questa mi sembra una sfida vinta in nome di Boccioni (pensare che tutti questi meravigliosi Boccioni se sono stati in deposito per vent’anni…), Morandi, Sironi, Fontana, De Chirico, Marini, Melotti, Manzoni per citare quelli che lasciano più il segno.

E poi c’è lo spettacolo di quel che si vede aldilà delle grandi vetrate: una Milano stupenda e finalmente ripulita da troppe superfetazioni (ieri sera le vetrate di Foppa del Duomo si accendevano illuminate da dentro…). Ma tutto ci sta: è un museo che sa un po’ di festa, un’allegra apologia dello spirito migliore della città, che culmina nel grande neon danzante di Fontana, guizzo di felicità davanti alla bellezza delle pietre respiranti del Duomo.

È buona cosa poi che a dirigere il museo non ci sia uno dei soliti guru-curatori, ma una funzionaria ostinata, che dopo anni di precariato ha colto l’occasione della vita con passione. Se possiamo fare un appunto a Marina Pugliese, ci sono quelle sale troppo larghe (anche nella scelta degli artisti, a volte) verso la fine, che contrastano con quelle troppo stipate dell’inizio del percorso (la serie straordinaria di Boccioni avrebbe meritato più enfasi: è il vero tesoro del museo).

L’arco teso tra Boccioni e Fontana, prima sala e ultima del percorso dentro l’Arengario (poi si entra in Palazzo Reale), è un arco esaltante. C’è una dimensione comune di persone che scorazzano per la realtà, che, senza nessuna prosopopea, mettono sul piatto invenzioni epocali, con l’aria di far semplicemente della normalissima routine. La novità svuotata di enfasi. Boccioni e Fontana non guradano dentro, ma guardano fuori, anche quando uno dei due dipinge gli Stati d’animo. L’idea germinale di opera che entra nello spazio di Boccioni diventa idea compiuta nel concetto spazioale di Fontana. In un caso e nell’altro c’è una certezza di fondo: l’affidabilità dello spazio, che non è affatto un vuoto ma un “diversamente pieno”

Written by gfrangi

dicembre 6th, 2010 at 11:27 pm