Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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Paci, Kjartansson, Roth: ovvero l’arte orizzontale

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Mi chiedo se non ci sia un filo conduttore tra le mostre, molto belle, di Adrian Paci al Pac e quelle di Ragnar Kjartansson e Dieter Roth all’Hangar Bicocca. Un filo conduttore potrebbe essere quell’attenzione all’umano, nel momento in cui l’umano transita da una condizione ad un’altra. Vite in transito è non a caso il titolo della mostra di Paci. Anche l’installazione musicale di Kjartansson racconta di un’esperienza di transizione: la fine del suo matrimonio. Esperienza vissuta in modo del tutto insolito, in quanto il testo messo in musica è stato scritto proprio da colei dalla quale stava staccandosi.

Adrian Paci, sequenza da The Circle

Adrian Paci, sequenza da The Circle

Paci scruta l’umano con una delicatezza e un rispetto che ne fanno uno degli artisti più morali del nostro tempo. Mi ha colpito il video, che si sviluppa su quattro schermi, The last gestures: Paci con immagini rallentate documenta volti e sentimenti nel momento in cui una sposa albanese lascia la sua casa. Paci chiede alle immagini di seguire l’intensità affettiva di quel momento di “transito”. Ma sono delicatissime in The circle le immagini riprese tra le assi della steccionata delle gambe della donna e di quelle del cavallo che nel recinto costruiscono la loro simbiosi. E sfuggono da ogni prepotenza visiva anche le opere dipinte, che vibrano come immagini che stanno sfocando per la lontananza.

Kjartansson, uno dei nove schermi di Tha Visitors

Kjartansson, The Visitors


Kjartansson dispone i suoi amici musicisti in nove stanze della grande villa americana. Ognuno canta o suona da solo, ma nelle cuffie è colleagto al suono degli altri e così da tante solitudini si riforma un’armonia di gruppo. Kjartansson mette molta empatia nel documentare sui nove schermi il crescere di un insieme, un senso di condivisione che poco alla volta si mostra più forte, più intenso della separatezza imposta dai muri. Ha spiegato Kjartansson: «Mi fa piacere che ci sia stata tanta unione anche se le riprese erano solitarie: ognuno era fragile e solo e questa è come siamo fatti, è la condizione umana perché noi siamo fatti così. Come mi disse mio padre una volta a Natale, è triste e bellissimo essere uomini»

Dieter Roth, il pavimento dello studio, esposto a Milano

Dieter Roth, il pavimento dello studio, esposto a Milano


E non è da perdere neppure la mostra di Dieter Roth, che si è aperta sempre all’Hangar Bicocca. Sono il figlio ed i nipoti ad averla allestita, in una continuità fluida del fare arte che tracima oltre la biografia del suo iniziatore (Roth è morto nel 1998). Si procede per accumulo, confidando nella deperibilità dei manufatti come criterio selettivo. In realtà non è sempre così e ci sono risultati che spiccano per qualità e intensità: tutta la serie, ricca di varianti di Piccadilly, e le grandi teche che compongono i vestiti da lavoro dell’artista. L’insieme comunque comunica un senso di casualità, da cui sbucano qua e là frammenti gratuiti di poesia.

È certo che il nostro tempo è contrassegnato da un’arte molto orizzontale, in cui l’artista si sfila da una posizione super omnes, rifiuta programmaticamente i piedistalli e si allinea al punto di vista (o meglio, al punto “di vita”) di chi osserva. In un certo senso, per strade differenti, Paci, Roth e Kjartansson cercano tutti una coralità. È un’arte che rinuncia alla potenza, che il più possibile si nasconde dietro le quinte. Comunque la si giudichi, è un interessante antidoto ad una civiltà assediata da guru e da star.

Written by gfrangi

novembre 10th, 2013 at 10:34 pm

Marina Abramovic, sciamana un po’ troppo chic

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(se amate o ammirate la Abramovic non leggete quest post: mi odiereste..)
Non sono ancora andato a vedere la mostra di Marina Abramovic al Pac, né la sua puntuale appendice mercantile da Lia Rumma. Francamente non ne ho molta voglia: mi sembra di aver sentito e visto di tutto e di più. Inoltre devo aver frainteso qualcosa in merito all’Abramovic Method (è questo il titolo, non nuovo, che l’artista serbo-americana ha dato alla sua kermesse a Milano). Avevo capito, spizzicando qua e là nel fiume di articoli e interviste che hanno accompagnato l’operazione Abramovic, che il cuore del suo messaggio artistico fosse un’esperienza zen comunicata e allargata allo spettatore. L’artista che partecipa se stessa al visitatore («Il pubblico diventa performance e sperimenta le sue “installazioni interattive”», si spiega sul sito della mostra. «Le persone dovranno espandere i propri sensi, osservare, imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi»: francamente un po’ banale, non me ne voglia l’assessore Boeri…). Del metodo di Marina, senza aver visto la mostra (ammetto la scorrettezza, ma mi calo nei tanti che non la vedranno) ho capito piuttosto questo: che si è trattato di una magistrale strategia di invasione dei media, persin con appendice televisiva nel nuovo programma del lanciatissimo Fabio Volo. Non riesco a vedere molto spirito zen in questo iperpresenzialismo. Penso che neanche Cattelan saprebbe arrivare a tanto (lui che per altro sa farsi perdonare con l’ironia…).
La sacerdotessa Marina appare poi in centinaia di manifesti sparsi per la città, seduta su un tronetto aguzzo con i piedi appoggiati su mattonelle simil quarzo che danno l’effetto sospensione nel vuoto. Sinceramente, più che una sciamana mi sembra una sciura alla cassa. E poi, diciamocelo, Marina sa far troppo bene i calcoli per essere una sciamana…

Per completezza d’informazione: ho avuto grande ammirazione per la Abramovic. Ad esempio per quella tragica e rabbiosa di Balkan Baroque con cui vinse il Leone d’Oro a Venezia 1997. Per dire, che magari mi sbaglio su Marina a Milano, ma non sono prevenuto. E che quella che sento parlare e di cui sento parlare non mi sembra la stessa di 15 anni fa.

Written by gfrangi

marzo 23rd, 2012 at 10:22 pm

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L'onda nera di Vanessa Beecroft

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vanessa11

Io non c’ero ma chi c’era mi ha raccontato del clima sospeso che si respirava al Pac durante la perfomance di Vanessa Beecroft. Si sentiva il fruscio dei passi, il sussurro di voci basse, il click delle fotografie. A VB bisogna dare atto di essere riuscita in un’impresa non facile: mantenere un equilibrio che facesse cadere la performance o nel sentimentalismo, o nello stilismo. 22 uomini neri, seduti ad una lunga tavola trasparente, apparecchiata senza piatti né tovaglia, con polli arrosto buttati sul piano, per dare un’impronta ancor più prorompente al cibo, quel cibo che abitualmente a loro manca. C’era un che di selvaggio in quel rito, che faceva da contrappeso all’eleganza visiva e lungilinea dell’insieme. Rispetto alle altre perfomance di VB, c’è qualcosa di nuovo. I soggetti non sono come “robotizzati” e tenuti sotto stretta regia, come accade nelle perfette perfomance con le modelle. In questo caso i clandestini sono soggetti liberi, in un certo senso fuori controllo: e questo dava all’insieme un che di drammatico. Come se da un istante all’altro potesse accadere l’imprevisto, o addirittura l’irreparabile su quel l’immenso tavolo-zattera. La vita di quei 22 clandestini, per quanto disposta ordinatamente come apostoli di un’ultima cena, era vita in bilico. E così VB ha lasciato che fosse. Facce abbrutite da giornate (e notti) impossibili, giacche mal portate. Piedi nudi. Occhi un po’ persi. Sono un punto misterioso di umanità, approdato nel nostro mondo, una presenza che non parla, ma che ti arriva inevitabilmente addosso, con quel senso potente, quasi implacabile di attesa. Raramente il grande fenomeno dell’immigrazione ha avuto una rappresentazione così a filo di realtà, cioè drammatica senza essere retorica. E davanti a loro, noi, ammirati, spaesati, attoniti. (Per dirla tutta: dubito che VB stavolta finisca su Vogue. Stavolta s’è messa di traverso)

Poi mi viene un’ultima annotazione: VB riesce a tenere fede al proposito annunciato di mirare comunque a un senso complessivo di bellezza. Basta scorrere le foto per constatare come la brutalità di ogni storia non ne rinneghi la bellezza. Queste sono le mie impressioni, di uno che non ha visto, ma ha sentito nell’aria la scossa partita da VB.

(la foto è di Vanessa Beecroft. L’intera sequenza sul sito Vita.it)

Written by giuseppefrangi

marzo 18th, 2009 at 8:37 pm