Robe da chiodi

Perché, come ha detto qualcuno, la storia dell'arte libera la testa

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Pasolini, san Giuseppe e la Giovinezza

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Pier Paolo Pasolini, San Giuseppe con Gesù Bambino, 1942, olio su cartone

Pier Paolo Pasolini, San Giuseppe con Gesù Bambino, 1942, olio su cartone

Questo articolo è stato scritto per la rubrica Riquadri su Piccolenote.it

Era morto nel giorno dei morti di 38 anni fa. Ma il tempo anziché allontanarlo da noi sembra renderlo sempre più vicino e necessario. Pasolini è stato un intellettuale vero proprio perché tutti noi sentiamo la necessità di leggerlo per capire non il suo tempo, ma il nostro. Pasolini, insomma, è uno dei pochissimi sempre sul pezzo. Personalmente ritengo Scritti Corsari uno dei libri a cui non rinuncerei mai. E personalmente ho avuto la fortuna di incrociare (metaforicamente) Pasolini nel realizzare una appassionante mostra a Casa Testori, a Novate Milanese, due anni fa, sulla sua attività pittorica. PPP era infatti uomo vorace di vita, e tutti i mezzi per lui erano buoni per esprimere i suoi amori e le sue inquietudini. Tra gli altri mezzi ci fu anche la pittura, sulla quale fu molto assiduo negli anni friulani (sino al 1950) e poi negli ultimi dieci anni della sua vita. Era pittore per se stesso e per gli amici, quindi usava carta, matite, tele e pennelli come una sorta di dialogo privato, di confessione di quei sentimenti che voleva tenere al riparo dalla macchina dei media. Ebbene, preparando la mostra di Novate, abbiamo avuto la possibilità di indagare negli archivi custoditi al gabinetto Viessieux di Firenze. E tra le sorprese è emerso anche questo piccolo olio su cartone, che rappresenterebbe San Giuseppe con Gesù Bambino. Il condizionale è d’obbligo perché non esistono documenti che identifichino il tema. Ma con ogni probabilità il tema è quello: PPP infatti nel 1942 stava lavorando al progetto di una chiesetta che avrebbe dovuta essere costruita a Casarsa appena la guerra lo avrebbe permesso: “Ecclesiae Reginae Martyrum Dicata” si trova infatti scritto in alcune sue carte. Probabilmente questo è un bozzetto per un’immagine da dipingere al suo interno. Vi si vede un Giuseppe che mette il suo braccio sulle spalle di Gesù, rivolgendo su di lui un sguardo denso di senso paterno. Gesù, dal canto suo, scruta il mondo con quegli occhi che PPP immaginava già teneri e sempre spalancati sulla vita. Sul retro del disegno una dedica secca e bellissima, “per la Giovinezza”. Proprio con la “G” maiuscola. Un altro titolo per questo quadretto così sobrio, così imprevisto, così pieno di struggimento.

Written by gfrangi

novembre 2nd, 2013 at 10:21 am

1962: Warhol, Pasolini e l’oro di Marilyn

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Andy Warhol, Gold Marilyn, 1962

Che bellezza era la bellezza di Marilyn Monroe? La domanda è d’obbligo visto che la morte dell’attrice, nell’agosto di 50 anni fa, fece uscire allo scoperto i pensieri di due personaggi tanto lontani tra di loro: Warhol e Pasolini. Non era una bellezza qualificabile in termini canonici, su una semplice scala di valori di estetica femminile. Warhol e Pasolini hanno il merito di impedire che anche oggi il fenomeno della bellezza di Marilyn possa essere liquidata con categorie semplicistiche. Mi colpisce come tutt’e due l’abbiano associata all’oro: facile, si potrebbe obiettare, visto il biondo sfolgorante dei suoi capelli. Ma l’oro evocato segnala qualcosa di simbolicamente ben più profondo. Per Warhol lo sfondo della sua Golden Marilyn ha qualcosa di iconico, che rimanda ad una dimensione capace di superare la precarietà del tempo. Mi immagino un discorso di questo tipo dietro quello che resta uno delle sue opere certamente più importanti: la bellezza di Marilyn non è fatta solo dalle sue sembianze, ma anche e soprattutto dagli sguardi che le si sono posati addosso. E che sono sguardi di milioni e milioni di persone che hanno visto incarnarsi del tutto inconsapevolmente in lei una bellezza desiderata da ciascuno come orizzonte dell’esistenza, come punto ad quem della vita. Per questo la bellezza di Marilyn non può essere transeunte sembra pensare Warhol; per questo si cura di restituirla con un’immagine che non passa. È un’immagine semplice, ma non unidimensionale. Perché in quella foto scelta da Warhol per essere trasfigurata in icona, Marilyn appare in uno stato di perfezione venato dalla sottile malinconia della morte: Warhol fa leva sul desiderio e scarta il possesso. La bellezza desiderata è contemplabile, non è mai ultimamente possedibile. È il mare d’oro che la avvolge evoca proprio questa dinamica.
«Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,/ impudica per passività, indecente per obbedienza», scrive, a proposito della bellezza di Marilyn, nella sua poesia Pasolini. E poi ancora: «…tu sorellina più piccola,/ quella bellezza l’avevi addosso umilmente/ e la tua anima di figlia di piccola gente,/ non ha mai saputo di averla,/ perché altrimenti non sarebbe stata bellezza». E poi anche in PPP c’è l’immagine dell’oro: «Sparì, come un pulviscolo d’oro»; e poi: «Sparì, come una bianca ombra d’oro».
Qui sentite la poesia di Pasolini con la voce di Laura Betti.

Written by gfrangi

agosto 2nd, 2012 at 3:39 pm

Pasolini ritrae Longhi. Segni di una discepolanza totale

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Pier Paolo Pasolini, Ritratto di Roberto Longhi, 1975

Non perdetevi la mostra su Pasolini a Casa Testori (dura sino al 1 luglio) (qui orari di apertura). Alla penultima sala, quella dedicata al ciclo dei disegni con i ritratti di Roberto Longhi si capisce qualcosa di importante circa Pasolini. Innanzitutto il ciclo è bellissimo, con quella sequenza seriale di fogli grandi, tutti della stessa dimensione e tutti lavorati sulla stessa immagine di Longhi, preso di profilo. Ogni foglio (sono 13 quelli in mostra sui 15 complessivi di cui è composto il ciclo) è lavorato con un tecnica diversa dall’altro, sino a quel foglio semi invisibile realizzato con un gessetto bianco. Quattro disegni sono datati 1974, i restanti 1975: di questa seconda fase ci resta anche la documentazione fotografica di Roberto Pedriali. Si vede Pasolini nel suo rifugio di Chia, accovacciato per terra. lavorare concentratissimo e in solitudine sui fogli sparsi per il pavimento. Mi sono chiesto a quale bisogno rispondesse la decisione di questo confronto così serrato con il volto del suo maestro, scomparso cinque anni prima. Il pretesto era certo la pubblicazione della raccolta di testi longhiani nei Meridiani, sulla cui custodia compariva proprio un Longhi di profilo. Ma sono i mesi di Salò e del cantiere di Petrolio, sono mesi su cui incombono tante visioni da incubo; mesi, visti a posteriori, precipitosamente terminali. Perché tornare così insistentemente a Longhi in un clima così? Non credo ci siano risposte, ma la recensione “innamorata” che Pasolini un anno prima aveva fatto del volume dei Meridiani sul settimanale Tempo qualche indizio lo fornisce. «Se penso alla piccola aula (con banchi molto alti e uno schermo dietro la cattedra) in cui nel 1938-39 (o 1939-40?) ho seguito i corsi bolognesi di Roberto Longhi, mi sembra di pensare a un’isola deserta, nel cuore di una notte senza più luce. E anche Longhi che veniva e parlava su quella cattedra, e poi se ne andava, ha l’irrealtà di un’apparizione. Era, infatti, un’apparizione… Il rapporto ontologico e negato assolutamente a ogni precisazione pratica. Forse anche per questo tutto ciò appartiene a un altro mondo». Pasolini poi conclude così il ricordo di quell’esperienza: «Allora, in quell’inverno bolognese di guerra, egli è stato semplicemente la Rivelazione». (I corsivi nella citazione sono corsivi di Longhi)
Senza avere la pretesa di una spiegazione pedissequa, questa pagina in qualche modo conferma come non sia affatto casuale che Pasolini in quell’estate feroce del 1975 cercasse una nuova “apparizione” del suo maestro. E spiega anche le vibrazioni che si avvertono entrando in questa indeminticabile sala a Casa Testori.

Ps: per capire il risvolto concreto della “Rivelazione” di cui parla Pasolini, ecco queste sue altre righe, dalla stessa recensione: «Il corso era quello memorabile sui Fatti di Masolini e di Masaccio… Sullo schermo venivano infatti proiettate delle diapositive, i totali e i dettagli dei lavori, coevi ed eseguiti nello stesso luogo, di Masolino e di Masaccio. Il cinema agiva, sia pur in quanto mera proiezione di fotografie. E agiva nel senso che una “inquadratura” rappresentante un campione del mondo masoliniano – in quella continuità che è appunto tipica del cinema – si “opponeva” drammaticamente a una “inquadratura” rappresentante a sua volta un campione del mondo masaccesco… il frammento di un mondo formale si opponeva quindi fisicamente, materialmente al frammento di un altro mondo formale»

Su Longhi avevo riportato anche questo pensiero di PPP

Written by gfrangi

giugno 3rd, 2012 at 10:14 pm

Perle pasoliniane. In che senso Longhi mi è stato maestro

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Devo la lettura di questo testo meraviglioso alla tesi di Irene Piantato, che si è laureata in Cattolica su Pasolini critico d’arte. È tratta da “Mamma Roma”, 1962. Ed è il ricordo della folgorazione di PPP studente universitario per quel professore di Storia dell’Arte che rispndeva al nome di Roberto Longhi. Un incontro che ha segnato la sua vita.

«Che cos’è un maestro? Intanto si capisce soltanto dopo chi è stato il vero maestro: quindi il senso di questa parola ha la sua sede nella memoria come ricostruzione intellettuale anche se non sempre razionale di una realtà comunque vissuta. Nel momento in cui un maestro è effettivamente ed essenzialmente maestro, cioè prima di essere interpretato e ricordato come tale, non è dunque maestro nel senso reale di questa parola. Egli viene vissuto: e la coscienza del suo valore è esistenziale (…)
Longhi era sguainato come una spada. Parlava come nessuno parlava. Il suo lessico era una completa novità. La sua ironia non aveva precedenti. La sua curiosità non aveva modelli. La sua eloquenza non aveva motivazioni. Per un ragazzo oppresso umiliato dalla cultura scolastica, dal conformismo della società fascista, questa era la rivoluzione. Egli cominciava a balbettare dietro al maestro. La cultura che il maestro rivelava e simboleggiava si poneva come alternativa all’intera realtà fino a quel momento conosciuta»

Written by gfrangi

gennaio 29th, 2012 at 3:50 pm

Pasolini a casa sua

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Mi ha commosso la visita alla tomba di Pasolini a Casarsa della Delizia. E ho scritto questo.
È evidente che quella tomba ripropone il tema del rapporto dolcissimo tra PPP e sua madre, Susanna Colussi, sepolta al suo fianco. Un rapporto ben reso dalla foto famosa di Mario Dondero (1972). E soprattutto dalle parole di padre Turoldo, pronunciate nella chiesa di Santa Croce a Casarsa, in occasione del funerale. Ne riporto un passaggio.

«Mamma, io ti parlo per lui che ha la bocca piena di sabbia e non ti può chiamare: ma ha tanto bisogno di te; come l’ha sempre avuto lungo la sua martoriata vita: una vita di povero friulano, solo, senza patria, senza pace. Eri tu la sua vera patria, il luogo della sua pace, il solo asilo sicuro. Tu che riassumevi per lui e per noi questa nostra terra, e la gente umile di cui si sentiva fratello; e il suo paese e la nostra storia di popolo «passato attraverso la lunga tribolazione». (….) E tu come madre di un emigrante ora lo riaccompagni al piccolo cimitero del paese. Così, avendo finito il tuo compito di angelo protettore di un figlio tanto fortunato e sfortunato insieme. (…) In fondo il tuo Pier Paolo, mamma, ha sempre vissuto con la morte dentro, se l’è portata in giro per il mondo lui stesso come suo fardello di emigrante, come suo carico fatale. Ora che l’ha raggiunta, è bene che ritorni anche lui a casa».

Davide Maria Turoldo, Alla mamma di Pier Paolo Pasolini, in Mia terra addio… Locusta, Vicenze, 1980

Written by gfrangi

novembre 3rd, 2011 at 11:34 am

E Pasolini mise a nudo Milano

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Geniale e corsaro questo estratto di Pasolini su Milano, ripubblicato dal Corriere (è un testo del 1961, che uscì su Paese Sera).

«… una città con una sua grandezza rosminiana confinata nei topai illusti della città. Su questa Milano – che permane, permane – si è sovrapposta prima la Milano della borghesia capitalitica fascista, più provinciale ancora, biecamente sfruttatrice, celebre per il suo cattivo gusto: e poi la Milano della borghesia neocapitalistica, con visuali europee, comprensiva della fatica degli sfruttati, e celebre per il suo buon gusto».(notazione interessante: il buon gusto indiscutibile – basta guardare quel che design, architettura e moda hanno saputo produrre a Milano: forse non c’è città che abbia prodotto tanto buon gusto al mondo – non ha contaminato i modelli di vita. Non è diventato consapevolezza profonda in grado di portare il buon gusto anche nelle relazioni, nei rapporti sociali. Così si capisce con quanta facilità oggi si svenda il patrimonio ereditato da quelle straordinarie officine del buon gusto)

«Tutti i milanesi tendono ad esser biblici, catastrofici, a fare la tragedia dal nulla, a tormentare gli altri. Sono cristiani, cattolici, controriformisti i poveri milanesi. E quindi repressi, e quindi scontenti: e ogni scontento vuole scontenti anche gli altri, detesta l’altrui libertà. Si sono buttati a capofitto nei destini del neocapitalismo, mentre a Roma si vive ancora tra i palmizi, come a Bandung. Dato che sono anch’io, in fondo, come i milanesi, vivo meglio a Roma». (Qui c’è dell’autentico astio. PPP si diverte a rigirare, da vero corsaro, il coltello nella piaga. Ma a Milano i palmizi non crescono, e non soffia neanche il ponentino. E quindi non resta che buttarsi a capofitto. Certo se Milano fosse contenta di se stessa, cioè sapesse – o avesse saputo – andare orgogliosa del proprio pragmatismo cattolico, delle proprie officine del buon gusto sarebbe tutta un’altra Milano).

Written by gfrangi

marzo 5th, 2011 at 5:58 pm

Pasolini, Masaccio e il finale di Accattone

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1676393887È uscito qualche tempo fa un bel libro di Stefania Parigi dedicato al primo film di Pasolini, Accattone (editore Lindau, 18 euro). Ne sono venuto a conoscenz grazie a una bella recensione di Civiltà Cattolica su questo numero. Dal libro ricavo due spunti interessanti. Uno riguarda la filosofia visiva di PPP, riferica con parole sue: «In Accattone non c’è mai un’inquadratura in cui si veda una persona di spalle o di quinta; non c’è mai un personaggio che entri in campo e poi esca di campo […]. Il mio gusto cinematografico non è di origine cinematografica, ma figurativa. Quello che io ho in testa come campo visivo, sono gli affreschi di Massaccio, di Giotto, che sono i pittori che amo di più, assieme a certi manieristi (ad esempio, il Pontormo). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica, trecentesca, che ha l’uomo come centro di ogni prospettiva».

Il secondo spunto riguarda invece la battuta finale del film, una battuta indimenticabile pronunciata da Franco Citti morente: «Aaah… Mo’ sto bene!». Sembrava esito del vitalismo pasoliniano, invece l’autrice del libro la mette in rapporto con un citazione che compare subito dopo i titoli di coda dei film e alla quale non si è dato il sufficiente peso. Pasolin cita dei versetti di Dante , da Purgatorio V: «…l’angel di Dio mi prese e quel d’inferno/ gridava: “O tu del Ciel, perché mi privi?/ Tu te ne porti di costui l’eterno/ per una lacrimetta che ’l mi toglie”»… (una lacrima di pentimento, versata in punto di morte, è bastata da sola a cancellare i peccati di tutta una vita di Bonconte da Montefeltro e dargli la salvezza). Per Accattone non ci sono lacrimette, perché non c’è neppure consapevolezza del peccato, nella sua anima da sottoproletario. Ma quel conta è l’esito: quel “mo’ sto bene” è il presentimento di sperimentare il Paradiso.

Da rivedere e da leggere.

Written by giuseppefrangi

ottobre 24th, 2009 at 12:22 pm