Robe da chiodi

Oggi 12 settembre

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Bacon – Warhol, trittico contro dittico

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Andy Warhol, Silver Car Crash (double disaster), 1969.

Andy Warhol, Silver Car Crash (double disaster), 1969.

Settimana scorsa è stata la settimana i tutti i record alle aste di New York. Ma mi piace sottolineare una coincidenza che tocca le due opere che hanno fatto i risultati più importanti: il Bacon da 140 milioni di dollari e il Warhol da 105. Il Bacon è un Trittico del 1969, con un ritratto di Lucien Freud. Wharol è il Silver Car Crash (double disaster), 1969. Quel “double” richiama il fatto che la grande tela di Warhol è in realtà un dittico, composto a sinistra con la serigrafia ripetuta in varianti sempre più tragiche dello scontro, mentre a destra c’è un’analoga tela bianca, striata di macchie nerastre. È una struttura a dittico, in cui il pieno ossessivo di sinistra chiede la compensazione del vuoto meditativo e tragico della tela di destra. È impressionante come i grandi del 900 sentano il bisogno di poggiarsi sulla certezza di soluzioni compositive del passato. Anche il grande disordine ha bisogno di un ordine per esprimersi.

Written by gfrangi

novembre 18th, 2013 at 11:57 am

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Quel furtivo Cattelan da otto milioni di dollari

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Ha fatto otto milioni di dollari questo lavoro di Maurizio Cattelan, Untitled, 2001 (figura in cera). Un bel record, che raddoppia il suo precedente ( L’opera non era sua ma lui incassa i diritti di seguito). Dell’opera esistono tre esemplari, più una prova d’autore. L’esemplare che più si vede fotografato è quello nel museo di Rotterdam, che sbuca dal pavimento nel centro di una sala di pittura antica. E anche in questo divertente filmato, girato a New York (l’immagine l’ho “rubata” da lì), che spiega come si deve allestirlo, l’autoritratto di Cattelan sbuca nel centro di una raffinata parata di quadri antichi. Non voglio fare né apologie né demonizzazioni, ma certo Cattelan ha sempre una capacità di prenderti per simpatia. Sbuca, è il caso proprio di dirlo, dove meno te l’aspetti. E non sai mai se sia oggetto o soggetto. Qui sembra dire: «Mi piacerebbe essere all’altezza di questi, ma non so più da che parte si comincia. Vengo qui a sbirciare per carpire il segreto della loro forza. Magari di notte, quando non c’è nessuno, e i quadri pensano di non essere osservati da nessuno, combinano quelle misteriose alchimie che il giorno dopo li rendono capaci di incantare tutti. E io voglio essere lì a sorprenderli». Questo mi immagino dica Cattelan.

Dal vero, dice invece questo: «L’arte sta cercando una nuova identita e la cosa piu onesta mi sembra quella di avere una sana convalescenza avendo degli scambi in altri ambienti. Lo scambio e una cosa che ti da l’opportunità di rimetterti in discussione, la vedo solo sotto questo punto di vista».

E poi (parlando di Paolo Uccello e Goya): «Pero hanno una qualita che rappresenta in modo esemplare un’epoca, non semplicemente quel periodo, quel fatto. Un’epoca non la rappresenti per quella battaglia, ma per lo spirito dell’epoca. Sintetizzi un’esperienza, non un fatto».

E infine: «Mi ha sempre affascinato lo spostamento in termini di luogo, tempo, spazio, identità, punti di vista, la ridefinizione dello stesso soggetto in un altro luogo. Duchamp ha messo le basi di tutto questo, la ridefinizione del significato, ma anche dei luoghi. Quei piccoli spostamenti, gesti di un’energia minima, hanno prodotto un enorme risultato».

A  me piace questa “cosa” di Cattelan. C’è lo sguardo furtivo e stupito del bambino, che una cultura troppo cervellotica ha completamente smarrito. C’è l’ironia di chi sa di essere un clandestino là dentro e che quindi potrebbe essere cacciato da un momento all’altro, con buona pace di chi ha sganciato otto milioni di dollari… Io non spendo niente, ma voglio provare a sbirciare come lui.

Written by giuseppefrangi

maggio 14th, 2010 at 9:44 pm

Giacometti, genio fratello

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Ho sempre avuto un debole per Giacometti. Un po’ perché viene da un paese e da montagne stupente come quelle di Stampa e della Val Bregaglia. Un po’ perché l’ho sempre stimato il suo modo di rapportarsi con le persone, a cominciare da sua madre e da sua moglie Annette (stimata per quanto tradita). Un po’ perché ha il pregio raro di essere solidale con le attese acute degli uomini del suo tempo. Giacometti è un genio fratello.

Per questo sono contento che abbia stabilito un incredibile record di asta con il suo Uomo che cammina (75 milioni di euro a Sotheby’s di Londra). Chi non si sente soggetto di quell’opera? “Bronzo a taglia umana” è stato definito nella scheda di presentazione per l’asta londinese. Quell’uomo è ciascuno di noi, per una volta considerato più caro e di maggior valore di tutti i capolavori dei saltimbanchi del 900. Giacometti è roba “nostra”  (guardatelo mentre cammina, alla Biennale 1962, a fianco del suo Uomo che cammina, fotografato dall’occhio folgorante di Cartier Bresson; ha la stessa inclinazione, che è anche la nostra). C’è dentro un impeto in quel passo; una decisione presa, un’inquietudine che non ferma l’azione ma semmai la alimenta. È l’uomo che non si accontenta di sé, il suo stare consiste in un andare. Cartier Bresson lo ha capito e ha preso la scultura dal lato giusto: cioé non frontale. Dell’Uomo che cammina è fondamentale quell’inclinazione del busto, quel suo proiettarsi in avanti.

Sentite come rispose a una domanda di André Parinaud: « Perché troviamo bella una cosa? Perché un albero, o il cielo, o un volto, ci sembra bello e non banale? Qualcuno ritiene che la realtà sia banale, che le opere d’arte siano più belle. Per me non è più così! Un tempo andavo al Louvre e i quadri o le sculture mi davano un’impressione sublime… Le amavo nella misura stessa in cui mi davano più di quello che vedevo della realtà. Le trovavo veramente più belle della realtà stessa. Oggi, se vado al Louvre, guardo la gente che guarda le opere. Il sublime oggi per me è nei volti più che nelle opere… Tutte quelle opere hanno un’aria così misera, così precaria, un percorso balbuziente attraverso i secoli, in tutte le direzioni possibili, ma estremamente sommario, ingenuo, per circoscrivere un’immensità formidabile – la vita. Ho capito che mai nessuno potrà coglierla compiutamente… È un tentativo tragico e risibile». (qui la trovate in integrale)

Written by giuseppefrangi

febbraio 4th, 2010 at 6:53 pm