<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Robe da chiodi</title>
	<atom:link href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it</link>
	<description>Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa</description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 Feb 2012 11:20:53 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Testori a Ravenna. Ovvero, Testori nella giusta prospettiva</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/19/testori-a-ravenna-una-prima-valutazione/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/19/testori-a-ravenna-una-prima-valutazione/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 12:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Ceruti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Spadoni]]></category>
		<category><![CDATA[Ennio Morlotti]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Bacon]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Testori]]></category>
		<category><![CDATA[Gruber]]></category>
		<category><![CDATA[Ravenna]]></category>
		<category><![CDATA[Varlin]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Foppa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2335</guid>
		<description><![CDATA[Vista la mostra su Testori a Ravenna. Ecco qualche prima sommaria valutazione. È una mostra che riesce ad essere compatta nonostante l’arco temporale che deve coprire e la diversità di esperienze e di personaggi che in qualche modo hanno fatto capo a Testori critico e storico dell’arte. Il merito va Claudio Spadoni che ha saputo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2341" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/MG_62191.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/MG_62191-300x200.jpg" alt="" title="_MG_6219" width="300" height="200" class="size-medium wp-image-2341" /></a><p class="wp-caption-text">Uno scrocio della sala dedicata a Morlotti</p></div>
<p>Vista la mostra su Testori a Ravenna. Ecco qualche prima sommaria valutazione.<br />
È una mostra che riesce ad essere compatta nonostante l’arco temporale che deve coprire e la diversità di esperienze e di personaggi che in qualche modo hanno fatto capo a Testori critico e storico dell’arte. <strong>Il merito va Claudio Spadoni che ha saputo tenere in pugno la regia </strong>senza cedere a compromessi che avrebbero aggiunto poco e avrebbero reso confuso il percorso disorientando il visitatore. In mostre come queste tener presente l&#8217;occhio di chi verrà a vedere è preoccupazione giusta e costringe a render chiaro se stessi l&#8217;obiettivo. Tante altre volte abbiamo visto Testori in melassa testoriana, qui per fortuna vediamo un Testori affrontato con lucidità intellettuale.</p>
<p>La mostra è anche una mostra ricca, nel senso che è alta la qualità di gran parte delle opere esposte,  e nel senso che tante sono le sorprese che il percorso riserva. Soprattutto il percorso non è affatto monocorde: un dato che fa pensare e che sgombra il campo dal &#8220;testorismo&#8221;&#8230;</p>
<p><strong>Il percorso.</strong> Apre con il colpo di scena dell&#8217;Apocalisse, il grande ritratto (5 metri di base!) che Varlin fece a T. Si intrattiene fugacemente sul nodo culturale degli anni 40 (tra Matisse e Manzù: belli i disegni delle Erbe). Poi si incammina in modo classico e ben recepibile in senso cronologico. Foppa (l&#8217;inizio di tutto, lo si guarda con ammirata gratitudine) e Romanino danno il via. Manca il grande Spanzotti, ma c’è un Gaudenzio giovanile che fa per lui&#8230; Poi il primo piano segue con 600 e 700, con la lucidità di Tanzio che tiene banco e con il grande cuore di Ceruti che attraversa i secoli: il suo Pellegrino a riposo, che viene dalla Fondazione Longhi, <strong>sembra un quadro dipinto per parlarci oggi.  Non c&#8217;è nessuna paura del tempo in lui. Solo pienezza umana. Il meno per Ceruti diventa un più.</strong><br />
Il secondo piano balza all&#8217;800, partendo da Géricault, passando per Courbet per poi transitarci nel 900 con la Nuova Oggettività e un po&#8217; di Novecento italiano. Poi lo snodo svizzero di Varlin e Giacometti. <strong>In queste sale lasciano il segno i due Gruber, tesi e come attraversati da un vento di vetro. </strong><br />
Il terzo piano si apre con una sobria selezione di ritratti a Testori (testimonianza dei sodalizi umani che il suo essere critico comunque originava: qui è meraviglioso il ritratto al Testori malato di Rainer Fetting). Segue la &#8220;banda&#8221; dei tedeschi che negli anni 80 avevano riacciuffato il filo perduto della pittura. Poi arriva il colpo maestro di una grande sala morlottiana, in cui si dimostra quanto sia impropria la dimenticanza calata sul grande lecchese. </p>
<p><div id="attachment_2342" class="wp-caption aligncenter" style="width: 219px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/bacon-machinem.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/bacon-machinem-209x300.jpg" alt="" title="bacon machinem" width="209" height="300" class="size-medium wp-image-2342" /></a><p class="wp-caption-text">Bacon, After Muybridge, man on a rowing machine, 1952</p></div>Nelle ultime sale Spadoni ha messo in scena un cannocchiale prospettico che vede da una parte la “larva&#8221; del vogatore di Bacon e dall&#8217;altra il sigillo di Caravaggio: un&#8217;ottima idea che permette, senza muoversi, di percepire il legante tra quelle due figure caposaldo del mondo di Testori. Su quell&#8217;asse, oltre alla sala morlottiana, si apre che una sala che ripropone il ritorno della pittura degli anni 80, ancora con (tra gli altri) Fetting, Hoddicke e Paladino e Cucchi. Chiude un malinconico, stupendo, straziante Guttuso: Passeggiata nel giardino di Velate (1983). Un quadro che resta innamorato della vita, nonostante la vita sfugga&#8230; Ed è un quadro che invita a passare alla sala finale, dove con un colpo di teatro Spadoni ha scelto di raccogliere cinque artisti totem di Testori, già visti in mostra, ma qui radunati come per un crescendo finale, al massimo registro: la scossa elettrica del Caravaggio collezione Longhi, si accompagna a Giacometti (il dottor Corbetta, dottore anche di Varlin&#8230;), Bacon di nuovo, alla inarrivabile Erodiade di Del Cairo (da cui l&#8217;avventura del Testori critico aveva preso il via), alle Bagnanti di Morlotti (1988), vero sorprendente colpo al cuore, grande quadro costruito di tra e di sole.</p>
<p><strong>Punti deboli. </strong>Ne ho riscontrati solo un paio: troppo esangue rispetto alla centralità che ebbe per Testori la sala di Gèricault. E nella sala della Nuova Oggettività manca il perno: che non poteva essere altro che Christian Schad (ma degli anni giusti).</p>
<p><strong>Il catalogo.</strong> Bello nella parte dei saggi, specie i tre più storicizzanti di Davide Dall&#8217;Ombra, di Claudio Spadoni stesso e di Marco A. Bazzocchi. Deludente invece nella parte delle schede. Era molto meglio seguire il percorso della mostra piuttosto che presentare gli artisti un po&#8217; scontatamente in senso cronologico (per altro scorrendo il catalogo si capisce come il &#8220;flusso&#8221; non organizzato avrebbe generato grande confusione nei visitatori. E quindi indirettamente si apprezza ancor di più la mostra). Certo che le riproduzioni&#8230;</p>
<p><a href="http://startbyale.associazionetestori.it/2012/02/20/testori-al-mar/" target="_blank">Qui le immagini della mostra sala per sala.</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/19/testori-a-ravenna-una-prima-valutazione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Jazz session per Morandi</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/17/jazz-session-per-morandi/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/17/jazz-session-per-morandi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 19:23:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Morandi]]></category>
		<category><![CDATA[Grizzana]]></category>
		<category><![CDATA[Thelonious Monk]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2325</guid>
		<description><![CDATA[«Caro Thelonious Monk, ho avuto l’occasione di ascoltarla la notte scorsa grazie ad una fortunata coincidenza inaspettata… ». Vi dicessi di indovinare chi è il mittente di questa lettera spedita al grande jazzista americano il 22 aprile 1961, non ci arrivereste mai… Ebbene, è Giorgio Morandi. Che scrive da Bologna dopo essere stato la sera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>«Caro Thelonious Monk, ho avuto l’occasione di ascoltarla la notte scorsa grazie ad una fortunata coincidenza inaspettata… ». Vi dicessi di indovinare chi è il mittente di questa lettera spedita al grande jazzista americano il 22 aprile 1961, non ci arrivereste mai… Ebbene, è Giorgio Morandi. Che scrive da Bologna dopo essere stato la sera prima al teatro Lirico di Milano al concerto di Monk. La lettera è pubblicata su Exibart on Paper (tks a Giovanni che me l’ha segnalata). Fa effetto pensare al riservatissimo (quasi scontroso) e ormai anziano Morandi che, prima si lascia stupire dai suoni di un musicista così lontano dai suoi mondi («… ho ancora impresso il movimento delle sue dita tese come bacchette sulla tastiera, che invece di muoversi velocemente scolpivano il ritmo con un’economia di note sorprendente»: l’economia di note, ecco una categoria molto morandiana…). E poi prende carta e penna senza lasciar passare tempo per raccontare per iscritto a Monk molto più che una semplice impressione. È come una confessione aperta a un uomo che è bastato un attimo per sentire amico. Ecco alcuni passaggi della lettera. Inutile sottolineare che è di un’acutezza spiazzante. E che verrebbe voglia di ripassarsela a memoria tanto accarezza le misteriose dinamiche del fare arte. </em></p>
<div id="attachment_2326" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/Thelonious_Monk.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/Thelonious_Monk-300x217.jpg" alt="" title="Thelonious_Monk" width="300" height="217" class="size-medium wp-image-2326" /></a><p class="wp-caption-text">Thelonious Monk</p></div>
<p>Le ragioni di questa lettera provengono da alcuni interrogativi recenti, a cui la sua musica, con modalità a me sconosciute, sembra rispondere. La ricerca artistica genera sempre domande a cui, in alcuni casi, <strong>soltanto l’autore può dare risposta e quando questa risposta non si genera dall’interno del proprio linguaggio, l’ascolto di ieri mi conferma che può giungere dall’esterno…</strong> Le scrivo a riguardo una confidenza di quelle che si fanno ad una persona sconosciuta che in un particolare momento della propria vita si percepisce come un amico di vecchia data. Le spiego meglio. Da circa un mese lavoro, nella mia casa di Grizzana, ad una serie di paesaggi in cui cerco un nuovo rapporto spaziale e cromatico tra gli elementi della composizione. Così per qualche giorno ho installato il cavalletto nel giardino di fronte ai due alberi da cui <strong>si intravvede nel retro uno scorcio della casa, costretto però a lasciare puntualmente la tela bianca dopo essermi arreso più volte.</strong><br />
<div id="attachment_2327" class="wp-caption alignleft" style="width: 244px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/kl_morandi_paesaggio_1961.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/kl_morandi_paesaggio_1961-234x300.jpg" alt="" title="morandi_paesaggio_1961" width="234" height="300" class="size-medium wp-image-2327" /></a><p class="wp-caption-text">Morandi, Case a Grizzana, 1961</p></div> Ragionavo sull’esistenza di una determinata tecnica adatta a tradurre quello che volevo fare, ovvero trovare un segno in grado di esprimere il significato che attribuiamo ad una parola come pittura, o musica nel suo caso. Questa mattina, sul treno che mi riportava a Bologna, ho capito che questa domanda non ha mai ragione di essere formulata, <strong>poiché la tecnica è sempre un accadimento di una visione interiore,</strong> e dunque non esiste un modo di rappresentare le cose, soltanto un modo di sentirle, nella speranza poi che questo sentimento abbia un valore universale. Si pensa generalmente che dato il modello ne si può ottenere la forma, in un determinato stile piuttosto che in un altro, seguendo i suggerimenti che dispiega la storia che ci precede. <strong>Ma la tecnica è un incidente, mai un progetto, poiché è proprio il discorso artistico, quello pù vero e profondo, che mette in crisi la relazione tra il nostro sguardo e la realtà di tutti i giorni, giocando d’anticipo sul pensiero dell’autore, e creando, ogni volta un gesto “su misura”.</strong> In margine alla nuda realtà, all’evidenza delle cose oggettive, lo sguardo di un artista può permettersi un certo grado di miopia, spingendo il suo sguardo nello spazio in cui il mondo che già conosciamo possiede una seconda vita. Così ogni opera d’arte non è che la possibilità di avere altri occhi, di moltiplicare una realtà non più di fronte a noi, ma scavata nel nostro vissuto, nel nostro piccolo mondo di essere umani.<br />
La sua musica, se mi permette signor Monk, mi sembra di questa qualità, in grado di cogliere l’essenza di un discorso musicale calato non tanto nella capacità dell’autore di dare dignità allo strumento, <strong>quanto piuttosto del servirsene per metterlo da parte, lasciando il suono come unico protagonista della scena.</strong> Una stessa essenza che si rinnova nella forma, come in Bach o in Mozart, la cui arte è quella che scavalca civiltà e storia, attraverso un’utopia, tutta squisitamente umana, di dare un peso alla breve vita di un uomo.</p>
<p>Con rinnovata stima e gratitudine<br />
Suo Giorgio Morandi</p>
<p>&#8230; <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OMmeNsmQaFw" target="_blank">e ora ascoltate Thelonious Monk in azione</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/17/jazz-session-per-morandi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Maddalena dorata e alata (Masaccio in rima)</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/16/maddalena-dorata-e-alata-masaccio-in-rima/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/16/maddalena-dorata-e-alata-masaccio-in-rima/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 17:55:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Capodimonte]]></category>
		<category><![CDATA[Crocifissione]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Testori]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena]]></category>
		<category><![CDATA[Masaccio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2312</guid>
		<description><![CDATA[Esce in questi giorni negli Oscar Mondadori un&#8217;antologia delle Poesie di Giovanni Testori. Nella raccolta c&#8217;è anche una selezione delle Maddalene, le poesie che Testori scrisse per un lussuoso libro di Franco Maria Ricci, come “didascalie&#8221; in versi di alcune tra le più celebri Maddalene della storia dell&#8217;arte. Quella per Masaccio la ricordavo come una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esce in questi giorni negli Oscar Mondadori un&#8217;antologia delle <em>Poesie</em> di Giovanni Testori. Nella raccolta c&#8217;è anche una selezione delle Maddalene, le poesie che Testori scrisse per un lussuoso libro di Franco Maria Ricci, come “didascalie&#8221; in versi di alcune tra le più celebri Maddalene della storia dell&#8217;arte. Quella per Masaccio la ricordavo come una delle più fulminanti letture, atrtraberso le parole, di un&#8217;opera figurativa del passato. Una lettura di una rapinosa sinteticità che restituisce la forza iconica della Maddalena massaccesca (da leggere ad alta voce: la ricordo letta magistralmente da Walter Malosti).</p>
<a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/pietr13.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/pietr13-216x300.jpg" alt="" title="pietr13" width="216" height="300" class="size-medium wp-image-2321" /></a>
<p><strong>Il sunto,<br />
il punto,<br />
il prima,<br />
l’adesso, il sempre,<br />
il poi.<br />
Non sapremo noi<br />
che faccia hai avuto<br />
mai<br />
né quella che<br />
voltandoti<br />
potresti avere<br />
ed hai.<br />
Solo ci mostri<br />
la nuca dorata-disperata<br />
con ordine – disordine<br />
ravviata – scompigliata.<br />
Quasi alata,<br />
inchiodata<br />
all’Assoluto adorato,<br />
all’Assoluto assassinato,<br />
urlo e silenzio,<br />
carne e scisto<br />
coì vicina a Cristo<br />
che ne senti l’afrore,<br />
che ne divori<br />
l’odore,<br />
preghiera e pianto,<br />
dolore e canto,<br />
l’unico tuo vanto<br />
è di gridare senza voce<br />
santo,<br />
santo!</strong><em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/16/maddalena-dorata-e-alata-masaccio-in-rima/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Bonificando Bonifacio. Un arci libro per Bembo</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/13/bonificando-bonifacio-un-arci-libro-per-bembo/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/13/bonificando-bonifacio-un-arci-libro-per-bembo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 23:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[antichi]]></category>
		<category><![CDATA[Bonifacio Bembo]]></category>
		<category><![CDATA[Cremona]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Tanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Officina Libraria]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Longhi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2289</guid>
		<description><![CDATA[Questo è un libro goloso e che ingolosisce. Innanzitutto per confezione, titolo e cover. Arcigoticissimo Bembo di Marco Tanzi è un libro che anche solo a maneggiarlo ti porta nel clima magico della stagione del tardivo gotico lombardo. Il suffisso “arci” rende bene l’idea di quell’esperienza portata avanti baldanzosamente ad oltranza, quando attorno il mondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/image.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/image.jpg" alt="" title="Arcigoticissimo Bembo" width="483" height="682" class="aligncenter size-full wp-image-2291" /></a></p>
<p>Questo è un libro goloso e che ingolosisce. Innanzitutto per confezione, titolo e cover. <em>Arcigoticissimo Bembo</em> di Marco Tanzi è un libro che anche solo a maneggiarlo ti porta nel clima magico della stagione del tardivo gotico lombardo. Il suffisso “arci” rende bene l’idea di quell’esperienza portata avanti baldanzosamente ad oltranza, quando attorno il mondo stava precipitosamente stringendosi attorno alle certezze nuove dell’umanesimo e della prospettiva.</p>
<p>La cover, scintillante al punto da apparire divertita e quasi ironica, è come il coperchio di una scatola: appena ce l’hai tra le mani, sai che aprendola ti aspetta qualche sorpresa. Nel libro che Tanzi dedica al suo amato Bonifacio Bembo (20 anni e oltre di studi e una conterraneità che tra le righe si sente), le sorprese non mancano. La prima riguarda il metodo. Non una monografia, ma un libro che si impone di fare un’opera di bonifica su quel si è detto e scritto attorno a questo maestro, bresciano di nascita ma cremonese per destino, la cui importanza è inversamente proporzionale alle certezze che lo riguardano. Così, ad esempio, il saggio dedicato <strong>alle tre stupende tavole con storie “immacoliste” di Maria</strong> (oggi due a Denver e una Cremona) non è altro che una lunga scheda che ripercorre gli studi fatti sino ad ora, che passa al setaccio le certezze, che divide il grano dal loglio. Il percorso a tratti è impietoso (quante cose approssimative diventano automaticamente certezze che nessuno discute e che a valanga disseminano confusione) a tratti avvincente, a tratti anche divertente. Una per tutti: la storia del profeta Eliseo presente nella prima delle tavolette, quella con il Bacio di <em>Gioacchino ed Anna sotto la Porta d’Oro</em>, è al centro oltre che di un equivoco iconografico, anche di un piccolo giallo ecclesiastico. Nella chiesa di Sant’Agostino il parroco non sa neppure che in quella chiesa è custodita la reliquia con la testa del profeta (tassello importante per la ricostruzione delle tre tavole): quella stessa chiesa era passata all’Osservanza dopo che due frati avevano ammazzato di botte nel 1449 il priore&#8230;</p>
<p>Alla fine setacciando, setacciando la prospettiva si ricompone più coerente e persuasiva. La storia critica delle tre tavole, <strong>innescata dalla solita intuizione di Longhi (intuizione precocissima: 1928) </strong>trova la sua probabile collocazione originaria che è molto omogenea alle ragioni iconografiche: «Mi piace così immaginare che alla metà del Quattrocento, entrando in sant’Agostino si potesse ammirare sulla destra, un altare mariano con dipinti che affrontano in maniera dotta ed esplicita il tema della Concezione di Maria…» scrive Tanzi. <strong>Concludendo: «Tutto così si incastrerebbe a meraviglia…».</strong></p>
<p>Il libro procede, cambiando ogni volta stile di racconto e modello di approccio, cercando nuovi «incastri a meraviglia» per sistemare le cose su altri capolavori bembeschi. Sino al regolamento di conti finale sulla Madonna con il bambino e due angeli, oggi al Museo di Cremona e un tempo in Duomo. I toni aspri in queste pagine non mancano contro la tesi avanzata nell’improvvida scheda del catalogo del Museo. Ma è tutto sale che rende molto “arci” questo libro anche ai non addetti ai lavori.<br />
PS: Il libro, edito da Officina Libraria, ha anche un prezzo molto “clemente”: 20 euro. Finalmente un libro “arci accessibile”…</p>
<div id="attachment_2299" class="wp-caption aligncenter" style="width: 390px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/image-2.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/image-2.jpg" alt="" title="image-2" width="380" height="562" class="size-full wp-image-2299" /></a><p class="wp-caption-text">Bonifacio Bembo, Incontro di Gioacchino ed Anna alla Porta Aurea, con il profeta Eliseo e san Nicola da Tolentino, Denver, Art Museum</p></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/13/bonificando-bonifacio-un-arci-libro-per-bembo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Apologia del bacio. San Valentino con Andy Warhol</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/13/apologia-del-bacio-san-valentino-con-andy-warhol/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/13/apologia-del-bacio-san-valentino-con-andy-warhol/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 19:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Colacello]]></category>
		<category><![CDATA[Kiss]]></category>
		<category><![CDATA[San Valentino]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2302</guid>
		<description><![CDATA[Andy Warhol è un mondo davvero infinito. Ho scoperto questo sito, Warholstars, dove è stata ricostruita una cronologia quasi day by day della sua vita: è impressionante la voracità quasi disperata con cui riempie le sue giornate. Scorrendo gli anni, all’agosto del 1963 ho trovato che si era buttato in un’impresa che non conoscevo: un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_2303" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/829562D3-5A88-40EA-859B-CBE137BBCE72_t_6.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/829562D3-5A88-40EA-859B-CBE137BBCE72_t_6.jpg" alt="" title="829562D3-5A88-40EA-859B-CBE137BBCE72_t_6" width="450" height="336" class="size-full wp-image-2303" /></a><p class="wp-caption-text">Una sequenza di Kiss. Baci con la cinepresa “addosso&quot;</p></div><br />
Andy Warhol è un mondo davvero infinito. Ho scoperto questo sito, <a href="http://www.warholstars.org/index.html" target="_blank">Warholstars</a>, dove è stata ricostruita una cronologia quasi day by day della sua vita: è impressionante la voracità quasi disperata con cui riempie le sue giornate. Scorrendo gli anni, all’agosto del 1963 ho trovato che si era buttato in un’impresa che non conoscevo: un film intitolato semplicemente <em>Kiss</em>, in cui aveva chiesto a 13 coppie (anche di soli maschi) <strong>di baciarsi con intensità e passione per tre minuti.</strong> Lui con la cinepresa Bolex 16 mm, riprendeva in close up, con inquadrature ravvicinatissime.<br />
La ragione “concettuale “ di questa sua scelta la spiegò Bob Colacello: era una risposta alle regole del Production Code (che restò in vigore sino al 1967) e che prevedeva che gli attori non si baciassero per più di tre secondi.<br />
<strong>È una sorta di fantastica “vendetta” del bacio quella che Warhol mise in scena (molto più che una riabilitazione).</strong> Il bacio viene proposto in tutta la sua portata di fisicità e di affettività. Il minimalismo della messa in scena, la cinepresa vicina ma ferma (e quindi né invasiva, né inidiscreta), asciugano il gesto, restituendolo come passione e anche come purezza. Come sempre la forza di Warhol è quella di infilarsi nelle situazioni potenzialmente più scabrose e di uscirne lineare e senza ambiguità. <strong>Per questo mi sembra che Kiss sia oltreche un&#8217;apologia del bacio, vero film d’amore. </strong><br />
E adesso vedetevi <a href="http://video.google.com/videoplay?docid=2302709439712968513" target="_blank">Kiss</a></p>
<p><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/KISS1.png"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/KISS1.png" alt="" title="KISS" width="400" height="282" class="aligncenter size-full wp-image-2308" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/13/apologia-del-bacio-san-valentino-con-andy-warhol/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I Giocatori di carte di Cézanne: una partita interessante. Anzi decisiva</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/06/la-partita-sempre-aperta-dei-giocatori-di-cezanne/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/06/la-partita-sempre-aperta-dei-giocatori-di-cezanne/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Cézanne]]></category>
		<category><![CDATA[Giocatori di carte]]></category>
		<category><![CDATA[Qatar]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2274</guid>
		<description><![CDATA[Ha fatto bene l’amico No Name a mettere in fila le cinque versioni dei Giocatori di Carte di Cézanne, per meglio far capire l’importanza del quadro che è stato comperato dalla famiglia reale del Qatar, per 250milioni di dollari, record assoluto mai pagato per un quadro. Siamo agli inizi degli anni 90: Cézanne, alle soglie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2277" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/35-Cezanne-Giocatori-di-carte1.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/35-Cezanne-Giocatori-di-carte1-300x239.jpg" alt="" title="35 Cezanne-Giocatori di carte" width="300" height="239" class="size-medium wp-image-2277" /></a><p class="wp-caption-text">La versione dei Giocatori di carte di Cézanne ora di proprietà dei reali del Qatar</p></div>
<p>Ha fatto bene l’amico <a href="http://noname.associazionetestori.it/2012/02/non-e-un-caso-se-il-qatar-cala-lasso-per-cezanne.html" target="_blank">No Name</a> a mettere in fila le cinque versioni dei <em>Giocatori di Carte</em> di Cézanne, per meglio far capire l’importanza del quadro che è stato comperato dalla famiglia reale del Qatar, per 250milioni di dollari, record assoluto mai pagato per un quadro.<br />
Siamo agli inizi degli anni 90: Cézanne, alle soglie della sua ultima grandiosa stagione, inizia a pensare rigorosamente per motivi, che di studio in studio vuole portare sempre più vicini all’immagine che ha in testa. <em>I Giocatori di Carte</em> sono uno di questi motivi a cui lavora nella prima metà del decennio. Il percorso è lineare: <strong>si parte dalla versione più grande, quella conservata alla Barnes di Filadelfia</strong> in cui l’ambiente è quello  riconoscibile dell’atelier con il grande tendone e le pipe appese al muro; i giocatori sono tre, cui si aggiungono un uomo e una ragazza che assistono al gioco. La seconda versione è quella del Metropolitan: le dimensioni si riducono, sparisce la ragazza, l’interno si spoglia di alcuni elementi occasionali. <strong>Lo stacco delle tre successive versioni è invece netto:</strong> a partire da quella Courtauld non restano che due giocatori e la funzione compositiva che veniva svolta dal giocatore frontale, viene assegnata da Cezanne a una bottiglia di vino, messa al centro. Il fatto che sul tavolo non ci siano bicchieri toglie ogni dubbio sul senso di quella bottiglia. Stessa costruzione per l’esemplare finito in Qatar e per l’ultima versione oggi al Musée d’Orsay.<br />
Ma la vera differenza tra queste due serie è più profonda e radicale. Nei primi esemplari il punto da cui Cézanne sta guardando la scena è chiaro e tranquillo: come qualcuno ha detto giustamente è un Cézanne che ha un punto di vista ancora “courbettiano”.<br />
Con le ultime tre versioni invece avviene un vero terremoto dello sguardo; il punto di vista ormai è destabilizzato: è frontale ma nello stesso tempo anche dall’alto. La linea del tavolo non è più orizzontale ma viene intaccata da quel senso “obliquo” che è la cifra dell’ultimo Cézanne. La costruzione tanto più si mostra capace di concepirsi solida (le curve “giottesche” delle schiene dei due giocatori, collaudate in alcuni straordinari disegni, ne sono la testimonianza) tanto più si trova a rischiare una precarietà degli equilibri, a sperimentare l’ansia del quadro che non si chiude mai in una forma raggiunta. <strong>È come se una grandiosa e drammatica incrinatura avesse spalancato le immagini.</strong> Ma è proprio qui la grandezza dell’ultimo Cézanne, pittore “aperto”, magistrale nel concepire  geometrie ma destinato a non poterle mai poggiare su terreni che tengano. Il percorso dei Giocatori di Carte da questo punto di vista è di un’esemplarità quasi didascalica.</p>
<p><strong>PS: una curiosità.</strong> Ci si è chiesti in quale gioco siano impegnati i paesani di Cézanne (il contadino Pére Alexander, a sinistra, e il giardiniere Paulin Paulet a destra). Visto che i giochi da fare in due non sono molti c’è chi ha pensato ad una specie di gin rummy (per altro inventato qualche anno dopo). La cosa più verosimile è quella suggerita da Meyer Shapiro: «Sono impegnati in un solitario collettivo». Del resto è provato che Cézanne facesse posare i suoi modelli uno alla volta. Quindi uno giocava la partita solo con se stesso. Proprio come il genio che stava al cavalletto…</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/06/la-partita-sempre-aperta-dei-giocatori-di-cezanne/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Kounellis in cattedrale. Pensieri sul caso Reggio</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/01/kounellis-in-cattedrale-pensieri-sul-caso-reggio/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/01/kounellis-in-cattedrale-pensieri-sul-caso-reggio/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 22:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[art today]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Melloni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Parmiggiani]]></category>
		<category><![CDATA[Ettore Spalletti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianriccardo Piccoli]]></category>
		<category><![CDATA[Jannis Kounellis]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2267</guid>
		<description><![CDATA[Coincidenze. Apro Vernissage l’allegato al Giornale dell’Arte e trovo un servizio completo sui nuovi arredi liturgici della cattedrale di Reggio Emilia. Un’operazione in grande stile, che ha visto impegnati nomi importanti come Kounellis (suo il podio con la sedia vescovile), Claudio Parmeggiani (altare), Ettore Spalletti (candelabro pasquale)… Oggettivamente sono tutti interventi di alta qualità stilistica, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2269" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/DSC_0350w1.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/02/DSC_0350w1-300x200.jpg" alt="" title="DSC_0350w" width="300" height="200" class="size-medium wp-image-2269" /></a><p class="wp-caption-text">La cattedra vescovile di Kounellis: realizzate con vecchie assi di un soffitto a cassettoni del '400</p></div>
<p><strong>Coincidenze.</strong> Apro <em>Vernissage</em> l’allegato al <em>Giornale dell’Arte</em> e trovo un servizio completo sui nuovi arredi liturgici della cattedrale di Reggio Emilia. Un’operazione in grande stile, che ha visto impegnati nomi importanti come Kounellis (suo il podio con la sedia vescovile), Claudio Parmeggiani (altare), Ettore Spalletti (candelabro pasquale)… Oggettivamente sono tutti interventi di alta qualità stilistica, affidati ad artisti seri e importanti. Quindi trovo che le contestazioni un po’ triviali che hanno accompagnato la presentazione di questo allestimento siano del tutto fuori luogo. Mi chiedo perché non facciano piuttosto problema gli sperperi in arredi stile “aiazzone” che invadono le chiese italiane: pulpiti e leggii orrendi, candelabri che non si possono guardare, altari da vetrina… Marmi traslucidi, ottoni, vetro a piovere…<br />
A Reggio le cose sono state fatte con attenzione e con artisti che hanno rispettato gli equilibri del luogo. Il problema che io pongo quindi non è sulla qualità degli interventi, ma semmai sul percorso che porta a questi interventi. A me sembra che quando gli artisti entrano in chiesa abbiano la grande preoccupazione di mantenere una distanza che li rende comunque “ospiti” sotto quelle navate. Si ricorre a un linguaggio molto allusivo, sempre elegante, che si tiene alla larga da nessi troppo stringenti con la tradizione. Così viene meno il senso di un impegno che dovrebbe essere invece concepito come una sfida. La colpa ovviamente pesa molto anche sulle spalle della committenza, incapace di giocare l’enorme portato della storia e della tradizione nel rapporto con gli artisti. E a volte si resta in loro balìa. Ci si accontenta di avere incassato il loro consenso alla committenza e non chiede altro.<br />
<strong>Coincidenza vuole</strong> che proprio in questi giorni abbia avuto la fortuna di lavorare a un piccolo libretto che documenta il lavoro fatto da un artista bergamasco in una chiesa in Ecuador. Gianriccardo Piccoli ha realizzato una grande Pentecoste, che incrocia in modo sorprendente e delicato attualità e tradizione. Ci tornerò su questo suo lavoro. Ma intanto sottolineo due fattori. Il primo, che Piccoli ha accettato di non fare semplicemente se stesso ma di rischiare una sfida vera con quel soggetto. Il secondo, che abbia pensato a chi era il destinatario di quel suo lavoro: il popolo dei fedeli, realizzando così un’opera preziosa ma comprensibile e cercando di restituire anche un’energia emotivamente coinvolgente.<br />
Sono due fattori semplici, che non si tengono mai presenti nella committenza troppo intellettuale della chiesa in Italia. Il risultato è che opera anche significative stanno dentro le chiese come stessero in un museo. Magari guardate con sufficienza o con (ingiusto) disprezzo da coloro per le quali dovrebbero essere state ultimamente realizzate.<br />
<strong>Tornando al caso di Reggio</strong> l’unico che mi sembra sia davvero andato in  profondità, plasmando un lavoro pensato per il luogo e per la funzione a cui è adibito è stato Jannis Kounellis. Come ha scritto Alberto Melloni la sua cattedra è un «oggetto teologicamente commovente. Un assito di legno antico e scuro, e sopra un nudo sedile di ferro: non segni, ma materia della croce, attorno alla quale si stende il corpo di Cristo che è la communio dei fedeli». (Le assi quattrocentesche conservano ancora i chiodi fatti a mano con cui furono fissati. Suggestivamente possiamo pensare ad un&#8217;opera a quattro mani, quelle di Kounellis e quelle del popolo di allora&#8230;)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/01/kounellis-in-cattedrale-pensieri-sul-caso-reggio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perle pasoliniane. In che senso Longhi mi è stato maestro</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/29/perle-pasolinane-in-che-senso-longhi-mi-e-stato-maestro/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/29/perle-pasolinane-in-che-senso-longhi-mi-e-stato-maestro/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 15:50:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Longhi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2264</guid>
		<description><![CDATA[Devo la lettura di questo testo meraviglioso alla tesi di Irene Piantato, che si è laureata in Cattolica su Pasolini critico d&#8217;arte. È tratta da “Mamma Roma”, 1962. Ed è il ricordo della folgorazione di PPP studente universitario per quel professore di Storia dell&#8217;Arte che rispndeva al nome di Roberto Longhi. Un incontro che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Devo la lettura di questo testo meraviglioso alla tesi di Irene Piantato, che si è laureata in Cattolica su Pasolini critico d&#8217;arte. È tratta da “Mamma Roma”, 1962. Ed è il ricordo della folgorazione di PPP studente universitario per quel professore di Storia dell&#8217;Arte che rispndeva al nome di Roberto Longhi. Un incontro che ha segnato la sua vita.</em></p>
<p>«Che cos’è un maestro? Intanto si capisce soltanto <em>dopo</em> chi è stato il vero maestro: quindi il senso di questa parola ha la sua sede nella memoria come ricostruzione intellettuale anche se non sempre razionale di una realtà comunque vissuta. Nel momento in cui un maestro è effettivamente ed essenzialmente maestro, cioè prima di essere interpretato e ricordato come tale, non è dunque maestro nel senso reale di questa parola. Egli viene vissuto: e la coscienza del suo valore è esistenziale (&#8230;)<br />
Longhi era sguainato come una spada. Parlava come nessuno parlava. Il suo lessico era una completa novità. La sua ironia non aveva precedenti. La sua curiosità non aveva modelli. La sua eloquenza non aveva motivazioni. Per un ragazzo oppresso umiliato dalla cultura scolastica, dal conformismo della società fascista, questa era la rivoluzione. Egli cominciava a balbettare dietro al maestro. La cultura che il maestro rivelava e simboleggiava si poneva come alternativa all’intera realtà fino a quel momento conosciuta»</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/29/perle-pasolinane-in-che-senso-longhi-mi-e-stato-maestro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pollock, quando l&#8217;America prese il comando</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/28/pollock-quando-lamerica-prese-il-comando/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/28/pollock-quando-lamerica-prese-il-comando/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 10:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[David Sylvester]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Bacon]]></category>
		<category><![CDATA[Marcel Duchamp]]></category>
		<category><![CDATA[Pollock]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Benton]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2255</guid>
		<description><![CDATA[Sono 100 anni da Pollock. Pensavo che non è una data come le altre, perché Pollock è stato uno di quei rari artisti che nel 900 è stato capace di spostare il baricentro della storia dell’arte (gli altri? Picasso, Duchamp, Warhol…). E comunque tutte le date sono utili per mettere a fuoco pensieri e idee. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2256" class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><a href="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/01/pb-120127-jackson-pollock-nj-12.photoblog900.jpg"><img src="http://robedachiodi.associazionetestori.it/wp-content/uploads/2012/01/pb-120127-jackson-pollock-nj-12.photoblog900-200x300.jpg" alt="" title="pb-120127-jackson-pollock-nj-12.photoblog900" width="200" height="300" class="size-medium wp-image-2256" /></a><p class="wp-caption-text">Un giovane e spavaldo Jackson Pollock, nel 1937, sui gradini di casa Benton (pioniere della pittura americana)</p></div>
<p>Sono 100 anni da Pollock. Pensavo che non è una data come le altre, perché Pollock è stato uno di quei rari artisti che nel 900 è stato capace di spostare il baricentro della storia dell’arte (gli altri? Picasso, Duchamp, Warhol…). E comunque tutte le date sono utili per mettere a fuoco pensieri e idee.<br />
In che senso lo ha spostato?<br />
<strong>1.	In senso geografico, innanzitutto.</strong> Pollock è un nativo americano (nato nel Wyoming da LeRoy Pollock): per la prima volta un non europeo si era trovato in quegli anni cruciali, con il vecchio continente alla sbaraglio per la guerra, a prendere le redini, ad aprire spazi nuovi e inesplorati che valevano per tutti. In tanti si sono fiondati dentro quei territori, in tanti ne sono stati contaminati (Testori usava l&#8217;immagine di una finestra spalancata per la prima volta). Con lui anche gli spazi delle tele si sono dilatati, senza in teoria conoscere più limiti: è come se avesse introdotto un’altra misura, da cui non si è più tornati indietro. (Ovviamente la novità di Pollock è stata ancor più traumatica rispetto alla striminzita storia della pittura americana del 900).<br />
<strong>2.	Pollock sposta il baricentro nel senso che è anche un uomo senza un passato.</strong> Non si appoggia sulle spalle dei giganti com’era accaduto sino ad allora a tutti i grandi. Alle sue spalle ci sono solo archetipi, non c’è una storia. La genesi della sua pittura fa leva su immagini potenti che condensano l’elementarità della cultura americana (si veda, per tutti, <em>Male and female</em> del 1942). Questi archetipi sono una polarizzazione dell’inconscio: attraverso Pollock diventano fattori che irrompono potentemente nel presente. Veicoli di novità formali e di una libertà espressiva mai sperimentata prima.<br />
<strong>3.	Il terzo spostamento operato da Pollock è il più ambiguo e il più discusso.</strong> Nelle sue poche e scarne riflessioni sull’arte, Pollock sembra monotematico: l’arte è espressione dell’interiorità dell’artista. Le opere si generano dallo sguardo che l’artista getta dentro se stesso. «Quello che  mi interessa è che i pittori di oggi non sono più obbligati a cercare un soggetto al di fuori di loro stessi. La maggior parte dei pittori moderni hanno un’ispirazione diversa. Lavora da dentro». Lo sviluppo di questa prospettiva è l’idea che l’ambizione di un pittore è finire dentro il suo quadro, desiderio che Pollock più volte esprime, spiegando anche la scelta di dipingere le sue tele tenendole in orizzontale sul pavimento. Se l’opera è visualizzazione dell’incoscio (e il processo automatico del dripping, lo sgocciolamento, ne è l’esito tecnico), l’immergersi diventa ipotesi di una ricomposizione del soggetto.<br />
<strong>3bis. È su questo punto che Francis Bacon ha saputo esprimere un concetto controcorrente con grande lucidità. </strong>È partito da una constatazione: nelle opere più importanti di Pollock alla fine prevale un aspetto decorativo. La rinuncia alla rappresentazione del reale, o anche alla sua concettualizzazione, alla fine depotenzia il lavoro dell’artista. Quasi che l’artista rinunciasse a una parte di se stesso, rifluendo nell’elaborazione della propria interiorità (David Sylvester nelle interviste a Bacon parla di un vero disprezzo suo verso Pollock). Criticando la meccanicità di questo processo intriso di junghiana banalità, Bacon ci spinge a guardare Pollock per altre strade. E a pensare che in fondo i suoi grandi quadri astratti c’entrino poco con il suo inconscio, né tanto meno con la sua drammatica biografia: sono frutto di una grazia inconsapevole e innata, rappresentazione di un caos ultimamente ordinato e probabilmente anche felice. Come potrebbero essere le magie infinite di un bosco innevato. Pollock ha spostato il baricentro, ha liberato energie, ma alla fine l&#8217;esito non è stato all&#8217;altezza di quell&#8217;impulso.</p>
<p>Consiglio a tutti di leggere <a href="http://www.associazionetestori.it/news.php?idn=944">la recensione che Testori</a> fece alla mostra del 1982 al Pompidou. Una recensione “baconiana&#8221;, quindi irriverente, ma geniale. Che chiudeva con questa domanda: «O dovremmo sforzarci a leggere i famosi dripping e le famose azioni pollockiane come smisurati ricami?»</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/28/pollock-quando-lamerica-prese-il-comando/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Castellucci, un pro e un contro</title>
		<link>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/26/castellucci-un-pro-e-un-contro/</link>
		<comments>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/26/castellucci-un-pro-e-un-contro/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:49:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gfrangi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Antonello]]></category>
		<category><![CDATA[Remo Castellucci]]></category>
		<category><![CDATA[Sul concetto di volto nel figlio di Dio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=2253</guid>
		<description><![CDATA[Alla fine, dopo tanto parlare, ho visto lo spettacolo di Castellucci. Due pensieri sintetici, senza nessuna pretesa: sono un non addetto ai lavori. La prima parte dello spettacolo è molto emozionante e straziante nella sua nudità e nella sua adesione disarmata alla realtà. Un figlio in età matura in camicia e cravatta, accudisce il padre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine, dopo tanto parlare, ho visto lo spettacolo di Castellucci. Due pensieri sintetici, senza nessuna pretesa: sono un non addetto ai lavori.<br />
<strong>La prima parte dello spettacolo </strong>è molto emozionante e straziante nella sua nudità e nella sua adesione disarmata alla realtà. Un figlio in età matura in camicia e cravatta, accudisce il padre in pieno declino fisico. L&#8217;incontinenza rende quasi insopportabile la situazione anche allo spettatore, ma il figlio non si sfila. Pulisce il padre mosso da un amore di cui lo spettatore si chiede l&#8217;origine (bravissimi i due attori). Come spiegare la fedeltà, la pazienza, la dolcezza di piccole parole sminuzzate per stemperare il &#8220;troppo&#8221; di quella situazione? Solo il volto immenso e dolce di Gesù che dal fondo della scena guarda ed è compagno può essere una risposta adeguata. Il figlio ad un certo punto, di fronte a questa deriva del padre, ne implora una risposta: con un gesto inatteso sembra voler abbracciare quel volto.<br />
<strong>La seconda parte dello spettacolo</strong> scatta improvvisa quando si scopre che sul comodino del padre c&#8217;è una tanica con gli stessi liquami che lui non riesce più a governare e contenere. Significa che la deriva del corpo non è solo sua, è nel destino di tutti. La domanda che tocca il perché di quella decadenza del corpo umano, erompe. Diventa una domanda su tutta la vita e le vite. Nella versione originale dello spettacolo qui si inseriva la scena al centro delle polemiche: un gruppo di bambini entrava in scena e rompeva la tregua con un lancio di granate verso il volto di Gesù. È un anello mancante che pesa nell’equilibrio dello spettacolo, che si sviluppa rapidissimo in una lotta con l’immagine del volto e con la sua lacerazione sino alla comparsa del versetto del Salmo 23, “Tu sei il mio pastore” e un “non” nella penombra. L&#8217;intuizione semplice e potente che dà avvio allo spettacolo avrebbe chiesto un epilogo che mantenesse fede all&#8217;attesa. Invece nella seconda parte è come se prevalesse una preoccupazione più &#8220;teatrale&#8221; con i suoi effetti speciali, i suoi colpi di scena. La lotta con l&#8217;immagine del volto, come a pretendere da lui una risposta circa la sua reale capacità di dare salvezza, resta come un&#8217;intenzione dichiarata allo spettatore ma non risolta a livello di rappresentazione. Ed è un peccato perché <em>Sul concetto di volto nel Figlio di Dio</em> con quei suoi emozionanti e strazianti primi 40 minuti, davvero, per quel che mi riguarda, ha rimesso il teatro nel circolo della vita.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/01/26/castellucci-un-pro-e-un-contro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

